«Il laico Gesù ha cambiato le cose»

È iniziato con un momento di preghiera nella cripta della Cattedrale il primo incontro del vescovo Domenico con i diaconi permanenti. E la scelta pare essere simbolica del ruolo del diacono nella Chiesa: come la basilica inferiore, infatti, è forse meno visibile, ma sostiene e dà stabilità all’intero corpo dell’edificio.

«La riscoperta del diaconato permanente – ha spiegato don Domenico – consente di ritrovare l’articolazione originaria del ministero ordinato» e offre allo Spirito Santo «il dono del ripristino di una struttura sacramentale della Chiesa» che «non può essere senza vescovi, presbiteri e diaconi». Infatti il ministero diaconale, «come quello presbiterale», è «una partecipazione al ministero del vescovo al quale appartiene in pienezza quella diaconia che è finalizzata alla glorificazione del Padre e alla salvezza di tutti gli uomini». A partire da questa «sommaria consapevolezza» il vescovo ha indicato ai presenti le tre qualità in cui si esprime il servizio diaconale: «l’ecclesialità, la laicità, la pastoralità».

Quanto alla prima, mons. Pompili ha ricordato che «spetta al vescovo determinare con chiarezza l’ufficio ecclesiastico da svolgere», da vivere «in relazione anzitutto coi presbiteri». Il diacono «non è un sostituto del prete», al quale spetta presiedere la liturgia eucaristica, ma offre «servizi peculiari che solo lui può garantire con ampiezza di tempo e di qualità»: nella liturgia «che trova mille forme di espressione e di coltivazione» e nella carità «che risulta lo specifico di questo compito, sin dalle origini apostoliche».

«Per quanto complessa sia la questione dell’identità canonica e irrisolta quella del sostentamento – ha proseguito il vescovo – resta vero che il diacono permanente ha nella maggioranza dei casi una famiglia. Questa condizione di vita mette in luce la sua permanente laicità che va vissuta non come un ostacolo, ma semmai come una risorsa. Gesù era un laico e non svolse mai compiti sacerdotali. Ciò nonostante portò ad un profondo ripensamento del culto e della preghiera a partire dalle condizioni concrete di vita».

In questa direzione, il diacono deve pensare se stesso come «un soggetto di azione pastorale capace di interagire e di far fluidificare le relazioni con tutti, a cominciare dagli altri agenti della vita ecclesiale». Un compito per il quale occorre coltivare una «attrezzatura umana e spirituale», una «serie di attenzioni e di sensibilità che presuppongono una conoscenza personalizzata delle pecore del gregge».

La comunità diaconale, cresciuta e curata negli anni da mons. Lucarelli, vede tutti i suoi membri inseriti in diverse esperienze, nelle parrocchie o in attività della curia, e trova oggi nel vescovo Domenico una figura di rinnovato appoggio e ascolto: «vi chiedo – ha esortato il presule – di segnalarmi quanto fate e vivete nella nostra chiesa per poter poi con ciascuno di voi fare un’opera di discernimento e valutare quanto rilanciare, quanto modificare, quanto evitare».

Un’apertura al dialogo che si somma alla speranza che «questo dono ministeriale sia sempre meglio compreso, evitando gli scogli della indebita clericalizzazione e della ingiustificata marginalizzazione».

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