Il cammino come arte dell’incontro

Camminare è un ottimo modo per costruire una mappa mentale di dove ci troviamo, per dare vita a una bussola che ci aiuti a percorrere un paesaggio non solo urbano e naturale, ma anche mentale. E a poco a poco si scopre che i punti di riferimento, dovrebbero in una certa misura essere comuni. Camminando, cioè, si scopre che il nostro rapporto con gli altri e con il mondo che ci circonda non può iniziare dal nostro io. Sarà per questo, nonostante tanti discorsi, che il camminare non solo è un’attività in realtà poco praticata, ma spesso è anche guardata con sospetto e fastidio?

«Non c’è nulla di più sovversivo, di più alternativo al modo di pensare oggi dominante. Camminare è una modalità del pensiero. È un pensiero pratico. È un triplo movimento: non farci mettere fretta; accogliere il mondo; non dimenticarci di noi, strada facendo».

L’incontro sulla “Funzione educativa del cammino” promosso dall’Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute mi ha riportato alla mente questo e tanti altri pensieri che Adriano Labbucci, pochi anni fa, aveva affidato a un libricino pubblicato da Donzelli con il titolo Camminare, una rivoluzione. Un volume che suggerisce di usare il camminare come una bussola per percorrere «un paesaggio insieme geografico e mentale, alla ricerca di punti di riferimento, alla scoperta di un modo diverso per impostare il nostro rapporto con gli altri e con il mondo che ci circonda, in un tempo invece in cui forse un po’ tutti la bussola la stiamo perdendo».

Un punto di vista non troppo lontano da quello offerto dalla riflessione di padre Marino Porcelli durante il convegno. Da presidente della Fondazione Amici del Cammino di Francesco ha voluto parlare della specificità dell’itinerario reatino, perché nel mettersi in cammino non è tanto importante la distanza con cui ci si confronta, quanto «comprendere il significato del dove si va e come si sta in un luogo».

Un orizzonte di senso che non poteva evitare di indagare sui camminatori, di diversi modi in cui si presentano, sui loro scopi divergenti. Ci sono infatti tanti tipi di camminatori: il naturalista, l’ambientalista, quello che deve perdere i chili, il girovago, il pellegrino, l’amante dell’arte. E c’è chi cammina in modo organizzato, in gruppo, e chi cammina da solo. D’altra parte, anche i cammini sono molteplici. Si può andare a scalare una vetta, verso una meta turistica, verso un luogo di fede…

La domanda è se c’è un tratto comune di tutte queste esperienze del camminare, qualcosa in grado di unire i diversi cammini. E la risposta di padre Marino è affermativa: come già aveva intuito Labbucci, camminare autenticamente, vuol dire sempre camminare dentro se stessi.

Per far questo, ha però avvertito padre Marino, bisogna avere il coraggio di non prefigurarsi per forza una meta. Da questo punto di vista, il Cammino di Francesco, con la sua caratteristica circolare, priva di un inizio e una fine, costituisce una proposta unica nel panorama degli itinerari di fede.

«Una originalità non compresa – ha spiegato il religioso – che dice come il camminare non deve essere per forza un andare da un luogo a un altro, ma può configurarsi come un continuo tornare su se stessi». Il camminare è diviene così «una metafora che mira a qualcosa di più grande del muovere le gambe: è muovere qualcosa che si è paralizzato dentro di noi. È imparare a fare domande, a cercare e farsi cercare senza avere la presunzione di risposte prefabbricate».

Bisogna dunque diffidare di modalità di scendere in strada in cui tutto è programmato, perché è un atteggiamento che denuncia la mera ricerca della performance. «Il modo sensato di camminare è andare alla ricerca del proprio desiderio profondo: finché non si entra in relazione con questo si cammina a casaccio, si costruisce la vita così come viene, senza un progetto, una domanda che ci spinge».

E per questo «è un bene camminare insieme, e non in modo autoreferenziale. Per camminare, per non sbagliare strada, abbiamo bisogno degli altri, dobbiamo fermarci a parlare». Un atteggiamento che sarebbe assai utile in una città come la nostra, che resta irrimediabilmente fedele al muro contro muro, al “noi e loro”. Un atteggiamento raccontato bene dalle polemiche e le incertezze sul progetto Rieti 2020, che in questi giorni animano quotidiani e social network. L’impressione è che ogni amministrazione voglia camminare per conto suo: come se mezza città potesse andare da una parte e mezza dall’altra.

Si finisce così a procedere a zig-zag e la cosa, francamente, non funziona: «chi cammina non è mai un isolato», spiega Labbucci, non ha barriere da opporre, è naturalmente costretto a domandarsi chi siamo, dove siamo, dove siamo diretti. Il camminatore si deve liberare, per procedere, della superbia, della pretenziosa convinzione che si possa essere autosufficienti, e non teme di chiedere aiuto a chi incontra. A tal proposito, padre Marino ha parlato di tentazione del «delirio di onnipotenza»: un pericolo che si scampa mettendo un passo dietro all’altro, verificando che il terreno sotto i piedi sia solido, fatto di terra, misurando e riconoscendo i propri limiti sulla strada.

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