II Domenica di Avvento

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

Solo in Gesù Cristo ogni uomo vedrà la salvezza di Dio

Oggi proseguiamo il cammino di speranza dell’Avvento.
Non possiamo pensare che Dio possa salvare gli uomini e le donne senza le decisioni e le azioni umane. Per essere efficace la Parola di Dio, l’energia divina dev’essere accolta, interiorizzata, e deve fiorire in qualità umane. La salvezza si concretizza come giustizia sociale, distribuzione dei beni, riconoscimento degli altri come fratelli.
Dio è dentro la nostra storia, ogni evento può rappresentare un’occasione per incontrarlo.

Il vangelo secondo Luca che leggiamo oggi, inquadra il periodo storico della vita di Gesù.
È il 15° anno dell’impero di Tiberio. Tiberio successe ad Augusto il 19 agosto del 14 d.c. Siamo quindi nell’anno 27-28. Dopo il riferimento di Roma segue quello della regione palestinese. Alla morte di Erode il grande avvenuta quattro anni prima dell’anno che indichiamo come inizio dell’era volgare, il suo regno è stato diviso in quattro parti tra i suoi discendenti: Erode Antipa, Filippo, Lisania e Archelao, per questo si chiamavano “tetrarchi”. Dopo una decina d’anni Archelao fu deposto dai Romani per crudeltà, nel 26 successe Pilato, procuratore o governatore.

Poi Luca ricorda l’autorità religiosa: Caifa, sommo sacerdote in carica e Anna, suo suocero, che era stato sommo sacerdote negli anni precedenti ed era rimasto una figura autorevole. La cornice spaziale è il deserto, che circonda la depressione profonda del Mar Morto dove sfocia il fiume Giordano. L’evento è la chiamata di Giovanni alla missione di annunciare il Vangelo, la buona notizia del regno: «la Parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto». Perché tutti questi dettagli? Il Vangelo non ci vuole fare una lezione di storia, ma vuole dirci che l’energia divina investe una persona nel suo contesto storico.

Anche oggi avviene così, per questo è importante. La salvezza passa attraverso uomini e donne inseriti nella storia, passa attraverso di noi! Essere attivi vuol dire consentire all’azione di Dio di esprimersi in qualità nuove. È significativo che Luca presenti le autorità dell’impero di Roma, le autorità locali e quelle religiose, per indicare il momento in cui l’evento salvifico accade.
Quando si tratta di indicare l’ambito dove risuona la Parola, lo sguardo si sposta da Roma e da Gerusalemme al deserto. Non è una Parola detta a Tiberio che risiedeva a Roma, né ad Erode Antipa, né a Filippo, né a Lisania, né a Pilato: è una Parola rivolta a Giovanni nel deserto, a un uomo che non aveva nessun potere di quelli fissati dalla struttura giuridica degli uomini, come Gesù non avrà nessun potere pubblico riconosciuto dalla legge.

Solo in quei luoghi ha risuonato la Parola, l’energia creatrice e ha fatto la storia della salvezza. Quando ci rendiamo conto che c’è una missione da svogere, che la storia deve avviare un cammino nuovo, non dobbiamo pensare: «occorre acquisire potere sugli altri», «sono necessari mezzi economici», «dobbiamo procurarci riconoscimenti».

Il deserto resta il luogo privilegiato dove la Parola risuona, il silenzio di tutte le voci consente l’ascolto di Dio. Fare deserto significa liberarsi dalle illusioni di una società opulenta, non inseguire le numerose offerte di ricchezza, di potere, di piacere che la società rinnova. Attraverso chi è fedele a Dio, egli è dentro la storia.

Siamo invitati oggi a riempire con l’amicizia ogni burrone di solitudine; a spianare con la condivisione le differenze tra i ricchi e i poveri, come quella coppia che accoglie bambini handicappati e che, nonostante la fatica per giungere a fine mese, offre sempre la decima dello stipendio ai poveri; a fare verità nelle vie tortuose del nostro cuore, perché ogni uomo veda la salvezza del Signore.
«Preparare la via del Signore» è lasciare che il grido della nostra ansia si unisca a quello del barbone che nessuno ascolta e scoprirci fratelli da salvare insieme, l’uno attraverso l’altro, magari di fronte al caffè offertogli al bar?

È lasciare che la corsa sfrenata verso la felicità si fermi sul ciglio della strada ad ascoltare il grido di chi ha bisogno di una mano amica. Occorre spogliarsi degli ostacoli accumulati da un’educazione alla rivalità, al successo, che ci inchioda allo sguardo altrui come bambini che temono di perdere l’amore dei genitori. Carissimi, ogni anno diverso prepariamoci ad essere sempre più veri in questa speranza concreta che è il Signore che ha bisogno di noi per circolare tra le vie della nostra città.

Prepariamoci con alcuni momenti di deserto, per venire in contatto con l’energia divina, che vuole continuare la sua creazione attraverso di noi!

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