I talk show invecchiano…

Eppure non c’è politico o vip che non sogni di comparire come ospite fisso

Non sei un politico di grido, né più banalmente un vip, se non compari come ospite fisso nei talk-show televisivi che vanno per la maggiore. È una legge non scritta del piccolo schermo che si va affermando di giorno in giorno e di stagione (televisiva) in stagione. Niente di nuovo: il genere, che negli Usa ha una lunghissima storia – in Italia è stato lanciato e reso famoso a suo tempo da Maurizio Costanzo, il primo giornalista a cavalcare questo tipo di formato televisivo con la produzione che per molti anni ha portato il suo nome.

Il palco del “Maurizio Costanzo Show” allestito al Teatro Parioli di Roma ha proiettato nello star system televisivo decine e decine di personaggi, in veste di attori, cantanti, opinionisti e comici. Basti pensare all’anonimato da cui uscì Vittorio Sgarbi, fino ad allora conosciuto in una cerchia ristretta come critico d’arte e diventato famoso in seguito a una battuta pesante rivolta a un collega al quale aveva augurato di morire.

Nella sua evoluzione più recente, il genere ha preso una piega sempre più salottiera anche nelle ambientazioni e nella scenografia, in cui non mancano mai delle poltrone tanto più comode quanto più “scomodi” sono i toni dello scontro fra gli ospiti. Già, perché se inizialmente le formalità e la correttezza nel turno di parola erano regole che il conduttore s’impegnava a far rispettare e che il pubblico apprezzava, oggi accade esattamente il contrario: l’audience sale quando si alza il tono dello scontro, raggiungendo l’apice quando si arriva agli insulti e alle offese.

Tanto gli ospiti quanto i padroni di casa hanno tutto l’interesse a provocare risse verbali, ben sapendo che questo aumenta la visibilità loro e del programma. La chiarezza espositiva non né guadagna, né in questo modo si mettono i destinatari in grado di capire ciò di cui si parla. In compenso, gli ascolti salgono e così pure i contatti di chi il giorno dopo va in internet a cliccare sugli spezzoni video che riportano i momenti clou.

Non lo scopriamo certo adesso che la televisione contemporanea ha bisogno della certezza di essere guardata, per renderne conto agli inserzionisti pubblicitari a cui è stata venduta per contratto una certa quantità di share. Nella logica dell’intrattenimento a tutti i costi, tipica delle televisioni commerciali e oggi fatta propria anche dalla tv pubblica, l’importante è tenere lo spettatore incollato al televisore più a lungo possibile.

Il talk-show si costruisce su una serie d’ingredienti immancabili: un conduttore capace di attizzare lo scontro, un pubblico attivo e di parte (spesso anche fisicamente schierato a sostegno dell’uno o dell’altro contendente), due o più ospiti dichiaratamente in disaccordo fra loro, la proposta d’inserti filmati o interviste esterne che hanno il solo scopo di gettare la pietra dello scandalo, la presenza più o meno fissa dei soliti opinionisti, esperti o polemisti.

Questi ultimi sono diventati una vera e propria categoria professionale, si tratti di giornalisti particolarmente aggressivi o di personaggi politici che, dal punto di vista istituzionale, contano poco o niente ma che sono capaci di esasperare senza ritegno i toni del confronto e di lasciare il segno in una platea sempre più facilmente impressionabile, proprio in forza della loro cafonaggine offensiva.

Ne risulta uno spettacolo insopportabile, che si ripete con poche variazioni, sera per sera, da una rete all’altra, che non serve a capire meglio l’attualità ma che riesce ad attirare l’attenzione proponendo il peggio. Non è questa la televisione che preferiamo.

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