Chiesa

Hollerich sul Recovery Fund: questa è l’Europa della solidarietà

Dopo l'approvazione del piano straordinario di aiuti dell'Unione Europea per i Paesi più colpiti dalla pandemia, il cardinale presidente della Comece esprime il suo apprezzamento per la decisione che consentirà la ripresa economica

Lo storico accordo raggiunto sul Recovery Fund dai leader europei al termine di un negoziato durato quattro giorni e quattro notti rappresenta una svolta importante non solo per gli effetti concreti che avrà per uscire dalla crisi causata dalla pandemia, ma perchè consegna al futuro dell’Unione Europea un nuovo modo per gestire i rapporti tra i Paesi membri. Il Recovery Fund ha una dotazione di 750 miliardi di euro, di cui 390 miliardi di sussidi e 360 miliardi di prestiti. Gli Stati beneficiari dovranno iniziare a ripagare le somme entro la conclusione del prossimo settennio di bilancio Ue, quindi entro il 2027. Il premier olandese, Mark Rutte, si e’ detto soddisfatto per i “maggiori sconti” derivanti dai Rebates e ha definito il piano approvato “un buon pacchetto per i Paesi Bassi e per l’Europa”. Rutte e’ stato il leader dei Paesi frugali. “Con 209 miliardi abbiamo la possibilità di far ripartire l’Italia con forza e cambiare volto al Paese. Ora dobbiamo correre”, le parole del premier italiano, Giuseppe Conte. All’Italia andrà il 28%. Soddisfatto anche il primo ministro spagnolo Sanchez:  “Oggi gettiamo le basi per una risposta alla crisi del Covid-19 senza dimenticare il domani”, dice. Molto soddisfatta anche la cancelliera tedesca Merkel. E’ una giornata storica per l’Europa, chiosa il presidente francese Macron.

L’Europa della condivisione

Anche il cardinale Jean Claude Hollerich, presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea (Comece), commenta positivamente la svolta del Recovery Fund, nell’intervista concessa a Vatican News. Si tratta di un’apertura significativa dell’Europa ad una logica solidale, che sicuramente si rifletterà anche al di là dei confini continentali.

R. – Possiamo dire che l’Europa ha scelto la solidarietà, anche se sono stati compiuti tanti sforzi per arrivarci. Sono contento che i 27 ci siano arrivati. L’Unione Europea deve esprimere – è nella sua natura – la solidarietà. Questo fa parte del DNA dell’Unione Europea. Penso che l’Europa oggi ha dei problemi: l’Europa non è più il centro economico del mondo con gli Stati Uniti. Il mondo è cambiato e poi penso che la crisi del Covid abbia accelerato questo cambiamento. Noi porteremo ancora le conseguenze di questa pandemia, ma spero, soprattutto per i giovani, che questo permetterà loro di avere la loro vita, in pace e sempre coscienti del fatto che si deve aiutare gli altri.

È importante in questo momento il ruolo della Chiesa, delle chiese?

R. – Sì, perché noi dobbiamo essere sempre dalla parte dei più poveri. Dobbiamo esprimere la nostra solidarietà, dobbiamo anche dare risorse alla gente che ne ha bisogno. In questo senso, sono contentissimo che ci sia questo aiuto per i Paesi che sono stati più toccati dalla pandemia, cioè Italia, Spagna e Francia. Mi sento profondamente europeo e non posso immaginare un’Europa che non sia solidale. Siamo tutti nella stessa situazione. E penso che aiutare gli altri sarà una benedizione anche per la propria economia.

Un’Europa con le difficoltà provocate dalla pandemia riuscirà comunque ad essere accogliente nei confronti di coloro che cercano una vita migliore, i migranti?

R. – Anche questo per me è un argomento molto importante, perché è troppo facile dare qualcosa del nostro superfluo. Noi cristiani non siamo chiamati a qualcosa di più. Siamo chiamati a condividere quello che è necessario per aiutare altra gente. Ieri nella mia casa ho ricevuto una famiglia irachena. In questo tempo di pandemia hanno realizzato mascherine per tanta altra gente. È un’idea molto bella e si vede che così l’Europa riceve anche tanto, se è aperta a dare qualcosa.

da Vatican News

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