Harry Potter e il granchio

Il 24 settembre scorso è uscito in anche in Italia l’ottavo capitolo della saga del maghetto, Harry Potter e la maledizione dell’erede (Salani). Non si tratta dell’ennesimo librone da dare in pasto ai fan ma della sceneggiatura dell’omonimo spettacolo teatrale rappresentato a Londra a partire dal 30 luglio. A parte la forma letteraria, a destare interesse e più di una critica è il fatto stesso di continuare una serie già abbastanza corposa.

Prima di continuare devo premettere che non ho mai letto, e probabilmente mai leggerò, nessun libro della Rowling. Non posso biasimare chi pensasse che questo è un ottimo motivo per smettere di leggere. Detto ciò l’opinione che vorrei sviluppare è del tutto generale e se dovessimo parlare solo dei libri che abbiamo letto non parleremmo quasi mai di libri…

7 volumi, 450 milioni di copie vendute. Dopo Harry Potter e i Doni della Morte, da cui sono stati tratti addirittura due film, molti fan si erano rassegnati alla fine dell’avventura di Harry, Ron e Hermione. Questo nuovo capitolo è invece ambientato 19 anni dopo l’ultimo e coinvolge soprattutto i figli adolescenti dell’ormai adulto Potter.

Il punto però non è la trama o i personaggi, quanto il fatto di scomodare una storia finita o per meglio dire dichiarare che non lo era affatto. Quando finiscono le storie? Lo decide l’autore, naturalmente. Ma che senso avrebbe ritoccare un dipinto compiuto e apprezzato o magari rimontare un film aggiungendo un contro-finale a sorpresa.

Andando ancora più al cuore della questione, cos’è in fondo una storia scritta? Non solo ciò che gli scrittori ricavano dalla vita e da varie dosi di caffè. Anche un granchietto che cammina sulla sabbia racconta una storia, spesso meglio di tanti romanzieri. Ma se quello stesso zampettare fosse procrastinato artificialmente per chilometri e chilometri la storia sarebbe certamente snaturata. Forse stavolta Harry e la sua mamma letteraria hanno preso un granchio.

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