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Governare le acque

In giorni che vedono tanti territori italiani colpiti da disastri idrogeologici, la memoria corre agli anni in cui Rieti veniva regolarmente alluvionata, e a come il problema fu risolto. Un pensiero che richiama il bisogno di manutenzione per il territorio, ma anche il coraggio di scelte audaci

Il dissesto idrogeologico, nel nostro Paese, torna a farsi drammaticamente avanti ad ogni ondata di maltempo. Smottamenti, frane, allagamenti: gli alberi cadono, le città vengono invase dalle acque. Soprattutto quest’ultimo scenario non è sconosciuto a Rieti. O almeno non lo era: lo testimoniano, se non la memoria diretta, tante fotografie e i segni lasciati dalle piene sulle case dei quartieri costruiti più a ridosso del fiume Velino.

Fenomeni che non si ripresentano dalla fine degli anni 30, con l’entrata in servizio delle dighe sui fiumi Salto e Turano. I due bacini artificiali sono collegati tra di loro, servono una centrale idroelettrica a Cotilia, e da circa ottant’anni contribuiscono a tenere sotto controllo la ricchezza di acque del territorio, garantendo buona parte della tranquillità dell’abitato a valle.

Gli impianti costarono molto alle popolazioni residenti nelle zone allagate. Centinaia di ettari di prati, campi coltivati, boschi e zone abitate furono sommersi. Vecchi borghi furono smantellati e ricostruiti sulle sponde. Il poco denaro ricevuto in cambio dei terreni espropriati, perse rapidamente di valore, eroso dall’inflazione suscitata dalla seconda guerra mondiale. Anche per questo la gente del posto fu presto costretta ad emigrare, mettendo in moto un decremento demografico notevole e mai più arrestato.

Quando alla tv assistiamo ai disastri che si verificano in altre zone d’Italia non ci riflettiamo quasi mai, come quasi mai ci soffermiamo su un’altra componente che tiene al sicuro il nostro sistema delle acque: il Consorzio di Bonifica. Un istituto che grazie a un complesso di idrovore, canali di collegamento e drenaggio, sistemazioni idraulico-forestali, strade rurali, traverse fluviali mobili lungo il fiume Velino e canali di irrigazione fa in modo che l’acqua vada dove serve e aiuta a contenere il rischio di esondazioni nella piana.

Se dopo secoli vissuti tra allagamenti, acquitrini e paludi ce ne stiamo all’asciutto è perché a un certo punto abbiamo fatto fronte al prezzo del cambiamento, che richiede sacrificio, capacità di assumere il rischio, duro lavoro e soprattutto una profonda motivazione, una decisa volontà di migliorare. Tutte cose che oggi sembrano mancare. Si dirà che una volta era più facile, perché le decisioni arrivavano dall’alto e non si andava troppo per il sottile: al contrario di oggi, che pure per fare poche centinaia di metri di strada restiamo in balia di comitati e interessi politici di seconda o terza fila. In realtà anche all’epoca delle dighe i lavori conobbero intoppi e resistenze. Ma pure fosse verosimile per l’Italia di allora, invocare oggi l’uomo forte e risolutore sembra una strategia fuori dal tempo. La sfida aperta dalle opere necessarie oggi, è quella di trovare l’accordo tra le parti mettendo il bene comune davanti ai reciproci svantaggi.

Per farlo occorre il desiderio di un’identità condivisa e quella legata alle acque, accanto alla dimensione francescana, sembra una possibilità autentica. Il successo della mostra dedicata agli ottant’anni della costruzione dell’acquedotto del Peschiera, continuamente visitata, con scolaresche e cittadini che si sono alternate sotto gli archi del palazzo papale, dà un segnale in questa direzione. Una seconda esposizione sull’opera pressoché contemporanea delle dighe sul Salto e sul Turano potrebbe essere un ideale complemento.

L’impresa sembra nelle corde e alla portata delle Comunità Laudato si’ costituite nel reatino, che potrebbero coinvolgere la Erg, attuale proprietaria del sistema idroelettrico alimentato dalle due dighe. La storia dei bacini artificiali e del loro sfruttamento, insieme al modo particolare in cui si sono intrecciati intervento sull’ambiente e giustizia sociale, sono un’immagine appropriata del «tutto è connesso» suscitato dall’enciclica di papa Francesco.

E forse convergendo sull’acqua, bene comune per eccellenza, si riuscirebbe a riconnettere un poco anche qualche radicata divergenza e a mitigare certe esigenze di campanile. Non subito ovviamente, ma puntando alle prossime generazioni. Le mostre, infatti, non servono solo a intrattenere, ma possono anche formare nuove convinzioni, trasmettere agli uomini e alle donne di domani valori e saperi. E anche idee, come quella di un parco-museo delle acque, diffuso su tutto il territorio. Una proposta del vescovo rimasta finora inascoltata, forse perché sentita irrealizzabile.

Ma proprio su questo si può trarre un’altra lezione dalle due dighe. Dai Romani ai primi del ‘900 si era cercato di asciugare l’Agro reatino per svuotamento, aumentando il deflusso. Una strategia inattuabile compiutamente perché scaricava – letteralmente – il problema sulle popolazioni a valle. La svolta venne quando Guido Rimini, ingegnere capo dell’Amministrazione provinciale di Perugia, nel 1916 capì che la mossa giusta era contenere a monte la piena dei principali affluenti del Fiume Velino. Il progetto degli sbarramenti lungo il corso dei fiumi Salto e Turano fu naturale conseguenza. Una volta realizzati, i due colossi colossi in calcestruzzo misero ragionevolmente al sicuro dalle inondazioni la città di Rieti, assicurando anche un notevole potenziale idroelettrico. E confermarono che spesso guardiamo i problemi dalla parte sbagliata.

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