Gli insegnanti di Rieti in pellegrinaggio a Barbiana con il vescovo Domenico

La scuola di don Milani: Vangelo, Costituzione e quotidiano

È stato un pellegrinaggio vissuto nella fraternità e nella semplicità quello che ha visto protagonisti, nella giornata di martedì 28 giugno, gli insegnanti di religione cattolica della diocesi di Rieti insieme al loro vescovo Domenico Pompili, e che ha avuto per meta la località di Barbiana (Fi), dove ha operato il sacerdote don Lorenzo Milani tra il 1954 e il 1967.

Un’idea originale, quella avuta dal vescovo Pompili, di proporre come termine del percorso formativo degli insegnanti di religione cattolica la figura di un sacerdote ed educatore non ancora salito agli onori degli altari, ma da tutti ritenuto un appassionato valorizzatore di quella cultura del “tu per tu” che prende sul serio i ragazzi in formazione.

«Con i ragazzi non si scherza», amava ripetere don Milani, con tutta la premura di cui fosse capace. Avanzando a piedi nei luoghi isolati e immersi nella natura dove abitò il giovane sacerdote toscano, gli insegnanti hanno potuto assaporare l’atmosfera che rende Barbiana un luogo davvero unico e speciale. Ad accoglierli alla sede della “Fondazione don Milani” Giancarlo Carotti, uno dei primi tra i sei bambini che fecero parte della “scuola di Barbiana”.

Con passione ed emozione l’ex allievo Carotti ha introdotto gli insegnanti dentro ai luoghi poveri e semplici nei quali egli stesso in prima persona ha vissuto esperienze indimenticabili di crescita umana. Barbiana si è presentata al gruppo di docenti come un luogo isolato, con case sparse qua e là, senza piazze o punti di incontro. Non è difficile immaginare come dovesse essere a metà Novecento, quando vi approdò don Lorenzo a causa di un “esilio ecclesiastico”.

Ma Barbiana mostra anche la forza d’animo di questo giovane prete, che, senza abbattersi e piangersi addosso, ha saputo accogliere la sfida educativa che il paese nascondeva, ossia quella di educare i ragazzi di quel piccolo villaggio tirando fuori da loro il meglio. Una sfida che don Milani ha fatto sua insieme alle famiglie del piccolo paese, le quali hanno visto nella figura di questo prete un appassionato educatore dei loro fanciulli. E i ragazzi si sono sentiti attratti da lui, tanto che ben presto i sei studenti divennero quarantadue, aggiungendosi loro anche quelli dei paesi limitrofi.

Ma in che modo insegnava questo prete toscano così “diverso” dagli altri? Gli insegnanti hanno potuto scoprirlo visitando gli ambienti nei quali i ragazzi, maschi e femmine insieme, vivevano per circa dodici ore al giorno: l’aula, il laboratorio, la chiesetta contenente il mosaico del “monachello scolaro”. Colpisce il vedere le pareti dell’aula piene dei lavori svolti dagli alunni di don Milani, dalle cartine geografiche narranti la storia del fascismo in Europa, ai grafici di politica e di statistica.

Le lezioni del prete toscano portavano il fanciullo ad acquisire una cultura generale attraverso una metodologia pratica e variegata che solleticava la curiosità dell’alunno. Imparare mettendo le mani in pasta, divertendosi senza annoiarsi. La politica, non quella partitica ovviamente, era una disciplina fondamentale nella scuola di Barbiana. I libri di testo erano il Vangelo, la Costituzione e il quotidiano.

Non vi erano voti, pagelle e bocciature. Il cammino era di gruppo e chi era più avanti era esortato a seguire chi rimaneva più indietro. Lo scopo della scuola, secondo don Milani, doveva essere soprattutto quello di formare ottimi cittadini piuttosto che insegnare regole o formule “sceme”.

La scuola di Barbiana è un unicum difficilmente ripetibile, ma mostra ancora oggi la sua grande attualità, essendo divenuta una provocazione soprattutto per tutti coloro che a vario titolo si occupano della educazione dei giovani. Provocante è il motto che don Milani rivolgeva ai suoi ragazzi e che ha scritto di suo pugno su un foglio appeso a una delle pareti dell’aula dove insegnava: I care (mi interessa, mi sta a cuore). La sfida che rivolge agli inseganti di oggi consiste nel valorizzare la «cultura del tu per tu» – ha evidenziato il vescovo Pompili – guardando all’altro in maniera singolare e unica, come parte integrante di un processo educativo che è soprattutto cammino di crescita umana, non solo trasmissione di contenuti.

Don Milani desiderava che i suoi alunni potessero usare al meglio le loro potenzialità per poter intraprendere la loro strada rimanendo sempre umilmente con i piedi per terra. L’invito che il vescovo ha rivolto agli insegnanti è quello di non ripetere tanto l’esperienza educativa di Barbiana, quanto di farne proprio lo stile. Nel 2004 si è inaugurato a Barbiana il “Sentiero della costituzione italiana”, un percorso immerso nel verde lungo il quale sono dipinti gli articoli della nostra costituzione.

Dopo aver visitato e pregato sulla tomba di don Milani, gli insegnanti di religione cattolica con il loro vescovo hanno fatto ritorno al pullman percorrendo proprio questo sentiero, come a sigillare quanto amava ripetere il giovane prete toscano: la religione non è qualcosa di separato dalla vita della gente, ma è connessa e intrinsecamente legata alle situazioni sociali e civiche che quotidianamente si è chiamati a vivere. In questi ultimi sei anni sono state oltre 850 le scolaresche italiane, oltre ai gruppi di soli insegnanti, che hanno preso in mano questa staffetta culturale ed educativa che Barbiana ancora oggi, dopo circa cinquanta anni, annuncia a coloro che hanno la fortuna e l’occasione di varcare le sue porte. Tra costoro ci sono anche gli insegnanti di religione cattolica della Diocesi di Rieti.

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