Anniversari

Gli audio di Borsellino: «Sapeva del pericolo, ma scelse la testimonianza della legalità»

Borsellino sapeva che sarebbe stato ucciso. Adesso abbiamo scoperto che già nel 1984 faceva presente tutte le carenze che lo Stato aveva nei suoi confronti

Il presidente del Centro Padre Nostro commenta le parole del giudice ucciso dalla mafia, registrate durante un’audizione in Commissione antimafia e desecretate: «Faceva presente tutte le carenze che lo Stato aveva nei suoi confronti, ma non era pavido e sopperiva in prima persona». E sul legame di mafia tra Palermo e New York: «Cosa Nostra cerca sponda oltre oceano per riorganizzarsi, lo Stato cambi modo di lottare».

«Dalle audizioni desecretate di Paolo Borsellino emerge l’atteggiamento di chi è inserito in un contesto di testimonianza, di valori, di legalità e ha perfettamente la percezione del pericolo che corre. Ma, nonostante tutto, va avanti, perché antepone a tutto il valore morale e l’impegno personale».

Così Maurizio Artale, presidente del Centro Padre Nostro di Palermo, fondato da padre Pino Puglisi, a Brancaccio, commenta le parole del giudice ucciso dalla mafia, registrate durante un’audizione in Commissione antimafia e desecretate, alle vigilia del 27° anniversario della strage di via d’Amelio. Un atteggiamento che, a suo avviso, «richiama alla mente le ultime parole di padre Puglisi: me l’aspettavo».

«Borsellino sapeva che sarebbe stato ucciso. Negli ultimi giorni della sua vita, dichiarava di essere un morto che cammina. Adesso abbiamo scoperto che già nel 1984 faceva presente tutte le carenze che lo Stato aveva nei suoi confronti».

Prende quota la tesi che pensa Paolo Borsellino come un martire laico. Come la giudica?

È una tesi che ci ha posto don Massimo Naro: ha segnalato come non siano martiri solo coloro che appartengono alla Chiesa. Ci sono anche i martiri civili che credono in alcuni valori nobili e meritano lo stesso rispetto. Chi crede nei valori insiti nell’uomo non può che essere testimonianza del Creatore. Padre Puglisi si aspettava di essere ucciso: aveva capito che quel percorso lo avrebbe portato al martirio. Era un prete e sapeva che così avrebbe raggiunto l’incontro con Dio. Allo stesso modo
Falcone, Borsellino e Livatino hanno continuato a testimoniare l’onestà e la fede nel valore della giustizia.

Un altro aspetto che emerge dalle dichiarazioni desecretate è la carenza dei mezzi della giustizia. Quanto, a suo avviso, era un ostacolo in quel periodo e quanto continua a esserlo oggi?

Era un ostacolo per i pavidi. Purtroppo le parti deviate dello Stato cercavano di dissuaderlo dal suo impegno, non dando gli strumenti a chi era in prima linea. Così mancano voltanti, scorta, dattilografi per trascrivere le sentenze.
Quando si incontra, invece, un uomo di valore, come era Borsellino, andava oltre e continuava il suo impegno, facendo fronte in prima persone a esigenze e mezzi che avrebbe dovuto ricevere.

E anche la sua scorta, per un periodo, era a fasi alterne…

Un altro esempio è l’osservazione di un membro della commissione, che segnala a Borsellino come il fatto di non avere la scorta per metà giornata poteva essere un modo per riassaporare il senso della libertà. Risulta quasi un’offesa. Ma anche di fronte a ciò Borsellino andò oltre, perché credeva al valore del bene comune. Occorre, oggi, guardare a questi testimoni della giustizia e della verità, ma è necessario che ci sia una coscienza civica collettiva. Abbiamo, purtroppo, ancora bisogno dei martiri e questo vuol dire che dobbiamo ancora fare tanta strada.

L’operazione “New Connection”, che ha portato all’arresto di 19 persone, rivela come sia ancora forte il legame tra la mafia in Sicilia e a New York. Come si spiega?

Questo legame lo aveva evidenziato Giovanni Falcone. Quando si sono verificate le guerre di mafia, tutti coloro che hanno perso sono andati negli Stati Uniti e hanno creato degli avamposti. C’era lì un terreno fertile per rifugiarsi. E sono rimasti in attesa.
Adesso, la mafia che cerca di riorganizzarsi ha bisogno dei vecchi padrini. Quindi, ha bisogno di coloro che sono scappati. È così che, ancora oggi, cerca sponda a New York. Ma non ha capito che le condizioni sono cambiate. È per questo motivo che lo Stato deve cambiare modo di lottare, dando davvero gli strumenti a chi è impegnato contro la mafia.
E non solo alle forze dell’ordine ma anche ai raggruppamenti delle associazioni. Il Centro Padre Nostro attende pagamenti dalla Regione Sicilia da un anno e mezzo, mentre il Comune ci deve pagare un anno di arretrati. Come faccio a dare lavoro agli ex detenuti o a quelli in esecuzione penale all’esterno, a chi viene bussare al Centro? Se anche noi dovessimo chiudere le porte a queste persone, l’alternativa resterebbe per loro andare al servizio di chi cerca di riorganizzare Cosa Nostra.

Tra gli arrestati, c’è anche il sindaco di un Comune siciliano. Che cosa evidenzia questo fatto?

Già Giovanni Falcone aveva denunciato che la mafia era presente all’interno delle istituzioni. La mafia, come un virus, si attacca per la sua sopravvivenza a un corpo vivente, che in questo caso sono le parti politiche. Una volta al governo, stanziano fondi e la mafia si orienta per realizzare le opere su cui lucrare. Ma così distrugge il sistema.

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