Giugno antoniano: omelia del Vescovo Delio Lucarelli


Carissimi fratelli e sorelle, devoti del Santo di Padova, salute e benedizione!

I festeggiamenti antoniani di questo anno 2011 stanno avvicinandosi al momento culminante che vedrà i devoti del Santo partecipare alla grande Processione per le vie della città, ma anche i tanti che non sfileranno in Processione seguiranno questo grande evento di fede, di devozione e, per certi versi, di folclore.

Ringrazio la Pia Unione che ormai da duecento anni si carica del peso e dell’onore di organizzare la festa al Santo: che il Signore dia sempre a tutti coraggio e fiducia!

La preparazione del duecentenario che ricorre l’anno prossimo sia motivo di una rinnovata devozione e di fede autentica.

Noi ci prepariamo alla processione di questa sera con un’ ulteriore riflessione sul Santo, attingendo alla Parola di Dio di questa domenica del tempo per annum, i cui testi sembrano proprio adatti a scavare nelle profondità del mistero di santità che tutti ci attrae, pur nelle difficoltà e nelle opacità che la vita ci riserva.

Nella pericope evangelica abbiamo ascoltato un notissimo brano in cui Gesù si rivolge al Padre con una preghiera di “benedizione” perché Egli ha nascosto ai sapienti le cose del Regno e le ha rivelate ai piccoli.

Dobbiamo indugiare sul concetto per un po’, perché qui si annida anche un pericoloso equivoco che non di rado attecchisce anche nei nostri ambienti, quasi a giustificare l’ignoranza e la superficialità.

Se questo brano fosse interpretato alla lettera vorrebbe dire che solo coloro che non si chiedono il perché delle cose, solo coloro che accettano ciò che accade senza porsi domande possono accedere ai misteri del Regno di Dio.

E dunque dovrebbero essere santi solo i semplici, gli ignoranti, gli incolti, mentre i nostri altari sono pieni di santi teologi e non solo di persone con scarsa cultura.

I sapienti e gli intelligenti a cui è nascosto il Regno non sono coloro che sono istruiti e colti, ma sono coloro che non riconoscono di essere piccoli di fronte all’immensità di Dio e del suo Regno.

Sant’Antonio di Padova, che insegnava teologia ai frati e che proveniva dall’esperienza agostiniana in cui lo studio era essenziale, non coltivava un approccio alla cultura “presuntuoso”, non si poneva come un saccente, come un dotto, pur se dotto era, tanto da essere chiamato doctor evangelicus.

Non voglio tediarvi ma vorrei leggervi un piccolo elenco di dottori, che erano coltissimi, ma anche umilissimi di fronte all’immensità del mistero; sono molti di più di quelli che vi dico: Sant’Agostino d’Ippona, detto Doctor Gratiae, San Tommaso d’Aquino, detto Doctor Angelicus, San Bonaventura da Bagnoregio, detto Doctor Seraphicus, Sant’Anselmo d’Aosta, detto Doctor Magnificus, San Bernardo di Chiaravalle, detto Doctor Mellifluus, San Cirillo di Alessandria, detto Doctor Incarnationis, San Giovanni della Croce, detto Doctor Mysticus, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, detto Doctor Zelantissimus, Sant’Alberto Magno, detto Doctor Universalis, San Lorenzo da Brindisi, detto Doctor Apostolicus, Santa Teresa di Lisieux, detta Doctor Caritatis.

I sapienti e i dotti che si chiudono al mistero o che si inalberano per la loro sapienza, per ciò stesso si rivestono di attributi che non competono loro; ma i dotti che si aprono al mistero con umiltà e semplicità, allora ad essi è aperta la comprensione del Regno.

Questa fu l’originalità di Sant’Antonio di Padova. Essere dotto, ma umile e discreto. Forse è anche una delle motivazioni del suo successo presso il popolo di Dio, al di là dei numerosi miracoli che gli sono attribuiti.

Scrisse il Papa Pio IX in una lettera al Vescovo di Padova: «Nel predicare (Sant’Antonio) non cercava il favore popolare, non la grazia dei ricchi e dei primati, non il vano plauso e la piccola gloria degli uomini; né faceva mostra della propria dottrina o ne menava vanto di venditore di merce, ma illustrava con intelletto d’amore quella divina sapienza, che aveva attinto dalla lettura assidua delle Sacre Scritture […]».

La sua attualità, cioè il suo insegnamento per noi oggi, sta anche in ciò: conoscere il mondo, vivere nel mondo, ma appartenere a Cristo e a Lui solo!

Potrà sembrare a voi una interpretazione azzardata, ma proprio in questo brano del Vangelo Gesù ci dice che dobbiamo essere semplici e umili, spontanei e anche per certi versi ingenui come i bambini, ma senza trascurare quella conoscenza e quella cultura che possono illuminare la nostra vita e la nostra fede.

Per questo rinnovo l’esortazione a tutti ad approfondire anche culturalmente la figura e l’opera di Antonio di Padova, che era un uomo del medioevo ed era per ciò stesso pienamente inserito in quel contesto culturale ed umano, come è giusto che fosse e come è giusto che noi oggi siamo inseriti in questo nostro mondo, senza esserne schiavi, ma pienamente cittadini che osservano con l’occhio della fede e criticano le storture cercando di cambiare il corso delle cose.

Dobbiamo farlo con lo stile che ci tramandano anche alcuni aneddoti e miracoli della vita del Santo, come questo: «Durante una predica un uomo si alzò a controbattere Antonio: avrebbe creduto alla presenza reale di Cristo nel Sacramento se la sua mula si fosse inginocchiata davanti all’ostensorio. Tenuta a digiuno per tre giorni, la mula trascurò la biada che le offriva il padrone e si inginocchiò davanti al santo Sacramento. L’uomo fu convinto e si convertì».

Noi dobbiamo essere come quella mula, non abbiamo la pretesa di essere come il Santo, ma almeno come la mula, che rifiutò la biada pur di non trascurare quel cibo che non sazia il corpo ma nutre l’anima; e quel cibo non è solo l’Eucaristia, ma tutto ciò che nutre la nostra anima.

Fratelli e sorelle, in tanti siete venuti in questa chiesa antica e cara alla tradizione francescana e antoniana nel mese che si è appena concluso e molti di voi hanno riscoperto la figura di questo Santo.

Anche chi lo conosce bene e da anni frequenta i festeggiamenti antoniani, ogni volta scopre qualcosa di nuovo e bello: è la bellezza e l’umiltà della fede e della santità.

Lo abbiamo ascoltato nella prima lettura tratta dal profeta Zaccaria: il Re che viene e dunque il suo Regno si presentano sotto le spoglie dell’umiltà.

Uno dei Pensieri di Sant’Antonio che sembra proprio commentare questo brano di Zaccaria dice: «Ecco il tuo Re che viene a te, vale a dire per la tua salvezza; che viene mite, per essere accolto. Non viene con potenza e splendore per essere temuto, ma umile e povero seduto su un asino, per essere amato. Viene “Giusto e Salvatore».

Non solo oggi, ma anche allora, lo stile che tratteggiava la predicazione di Sant’Antonio, non era quello umanamente vincente, perché era interpretato come debolezza.

Non riscuote successo oggi e non riscuoteva successo ieri, nel medioevo e nei secoli passati.

Purtroppo nella nostra vita quotidiana possiamo constatare che coloro che pongono in essere atti di forza spesso cantano vittoria, al contrario di chi si presenta con umiltà.

Ma noi sappiamo anche che la potenza dei “duri” non ha vita lunga. Mentre la costruzione di un futuro positivo parte dalla semplicità e dall’umiltà ed è durevole nel tempo.

È questo l’insegnamento che oggi sentiamo di fare nostro meditando sulla figura di Antonio di Padova, sapendo che noi, forse, non riusciremo ad imitarlo come vorremmo, ma certamente vogliamo almeno aspirare a fare nostra qualcuna delle sue virtù.

Carissimi fedeli e devoti, l’umiltà e la grandezza in Sant’Antonio non sono contrapposte, ma sono due aspetti di una stessa realtà.

Egli è stato umile, e come figlio della Chiesa del suo tempo ha saputo amarla nei pastori e nei credenti a lui contemporanei; è stato grande per la gente del suo tempo e per milioni di fedeli oggi in tutto il mondo.

Anche noi siamo chiamati a questa umiltà per essere grandi, cioè ricchi di un bagaglio di fede e di opere da lasciare in eredità a coloro che verranno e ai quali dobbiamo trasmettere con convinzione i valori in cui crediamo.

San Francesco, fondatore e «superiore» di Sant’Antonio ha imparato da Cristo in modo meraviglioso ad essere mite ed umile di cuore e ha trasmesso ai suoi frati questo insegnamento che emerge anche dal ritratto spirituale che ne fa il suo primo biografo, Tommaso da Celano nella Vita Prima: «Era bello, stupendo e glorioso, nella sua innocenza, nella semplicità della sua parola, nella purezza di cuore, nell’amore di Dio, nella carità fraterna, nella prontezza dell’obbedienza, nella cortesia, nel suo aspetto angelico. Di carattere mite, di indole calmo, affabile nel parlare, cauto nell’ammonire, fedelissimo nell’adempimento dei compiti affidatigli, accorto nel consigliare, efficace nell’operare, amabile in tutto. Tenace nei propositi, saldo nella virtù, perseverante nella grazia, sempre uguale a se stesso. Veloce nel perdonare, lento all’ira, prudente nelle decisioni e di grande semplicità. Severo con sé, indulgente con gli altri, discreto in tutto» (Vita prima 83).

Ecco le virtù a cui possiamo e dobbiamo sinceramente aspirare.

Che il Signore ci aiuti!

 


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