Giugno antoniano: la pacifica rivoluzione del Concilio

L’11 ottobre del 1962 cominciò a Roma il Concilio Vaticano II, una riunione di tutti i vescovi del mondo in cui vennero discussi i rapporti tra la Chiesa e la società moderna. Il Concilio durò – in quattro successive sessioni – fino al 1965. Un grande tentativo compiuto dalla Chiesa cattolica per incrociare lo spirito della modernità che non cessa di dare frutto e illuminare il cammino del popolo di Dio

Serata dedicata al Concilio Vaticano II, nel corso del Giugno antoniano. A cinquantacinque anni dall’apertura di quello che è stato l’evento che ha segnato la svolta nella vita della cattolicità, ai piedi dell’effigie del santo di Padova a offrire la riflessione è stata una “figlia” del Concilio: la teologa Cettina Militello. Concilio che tra i suoi frutti annovera anche una nuova fioritura degli studi teologici, compresa la totale apertura di essi (e del relativo insegnamento) anche alle donne.

A introdurre l’intervento della studiosa, un reatino suo amico di vecchia data: il vescovo emerito di Viterbo Lorenzo Chiarinelli. È ritornato appositamente in città da un impegno fuori sede don Lorenzo, per presentare ai concittadini intervenuti in San Francesco la professoressa Militello, che nell’Urbe insegna Ecclesiologia al Sant’Anselmo, mentre al Marianum dirige la Cattedra “Donna e Cristianesimo” e l’Istituto “Costanza Scelfo” per i problemi dei laici e delle donne nella Chiesa. Un curriculum di tutto rispetto che mai si sarebbe realizzato senza il Vaticano II, ha esordito la teologa: perché è stato proprio l’evento conciliare il fondamento di quella stagione nuova in cui la teologia, e la teologia al femminile, ha trovato il proprio posto.

Certo, si è trattato solo di un inizio: «Tantum aurora est, è soltanto l’aurora», diceva papa Giovanni, e lo ha ricordato monsignor Chiarinelli nell’introdurre la serata: «Ma da allora – ha chiosato don Lorenzo – la luce è cresciuta», ed eccoci qua a parlare di quella pacifica “rivoluzione” che il Concilio ha portato e di cui la Militello ha voluto parlare, ricordando quando, da adolescente liceale, si commosse nel seguire in diretta tv la cerimonia di apertura, con tutti quei vescovi in mitria e piviale che componevano la lunga processione in piazza San Pietro e il Gaudet mater Ecclesia con cui san Giovanni XXIII inaugurò l’evento di cui lo Spirito aveva fatto sorgere in lui l’idea. Sì, un cambiamento epocale, ha spiegato la teologa: «Da una Chiesa ingessata, che dai tempi della Riforma protestante era in atteggiamento solo di difesa e di condanna, si passò allo sforzo di cogliere le istanze del tempo». Un atteggiamento nuovo rispetto alle istanze della società: fino ad allora «dinanzi alle novità dei fenomeni sociali la Chiesa continuava a stare chiusa in sé stessa».

Come disse papa Roncalli, non si trattava di mettere in discussione il patrimonio della fede, ma di rivedere le forme in cui esso si trasmette, guardandosi dai “profeti di sventura” e sforzandosi di comunicare la fede non attraverso attacchi e condanne, ma «con la medicina della misericordia», le parole del santo pontefice tanto oggi riportate in auge dal suo attuale successore sulla cattedra di Pietro.

L’importanza del Vaticano II, ha spiegato la Militello, sta «non soltanto nel contenuto dei documenti emanati, ma anche nel modo in cui li ha prodotti», attraverso una grande consultazione e una grande partecipazione degli episcopati mondiali, che scompaginò i disegni della curia romana che aveva già preparato tutto con l’idea che si dovesse solo approvare, applaudire, celebrare… per lasciare sostanzialmente tutto come prima! E invece è arrivato il corpus sconvolgente delle quattro grandi costituzioni conciliari e degli altri documenti che ne sono una specifica esplicitazione nei diversi punti. La relatrice ha ripercorso i tratti fondamentali della Sacrosanctum concilium, con il recupero della liturgia nel suo valore non di rito ma di mistero celebrato («Avevamo un tesoro inestimabile che stava diventando cosa morta: il Concilio ce lo ha restituito»); della Lumen gentium in cui, partendo dal fondamento trinitario, la Chiesa «da istituzione diventa communio, diventa mistero, diventa popolo di Dio»; e poi della “dirompente” Dei Verbum che, chiudendo i tempi in cui era addirittura proibito leggere la Bibbia, ha aperto la possibilità di avere strumenti di accostamento alla Sacra Scrittura in grado di coglierne l’autenticità; fino alla Gaudium et spes che attesta «il bisogno che la Chiesa ha di farsi carico delle gioie e speranze dell’uomo di oggi».
Soprattutto, ha concluso la teologa, il Concilio «ci ha svelato che la Chiesa è comunione: ma lo è non solo per sé stessa, ma per gli altri», per costruire l’unità fra il genere umano mantenendo le profonde diversità anche al proprio interno, nella piena valorizzazione delle Chiese locali, per cui dall’immagine della piramide passiamo oggi, per vedere la Chiesa, a quella – cara a papa Francesco – del poliedro, più che della sfera «che ha tutti i suoi punti uguali». La giusta concezione è, appunto, quella poliedrica, con tante differenze e particolarità che non intaccano l’unità.

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