Giugno antoniano, il vescovo: «si riscoprano le ragioni della comunità e non solo dei singoli»

Pubblichiamo di seguito il saluto del vescovo Domenico Pompili all'apertura dei festeggiamenti del Giugno antoniano reatino.

Sant’Antonio di Padova nacque nel 1195 a Lisbona. Proprio nella deliziosa città portoghese il 1° novembre del 1755 un terremoto rase al suolo interi quartieri, uccidendo migliaia di persone. La notizia, complici le prime ‘gazzette’ popolari (il web dell’Illuminismo), fece il giro del mondo. Un colpo mortale era stato inferto all’ottimismo di maniera.

Ne seguì un dibattito a più voci tra le menti più acute del tempo: Voltaire, Rousseau, Kant. Fu, forse, l’ultimo confronto di un certo livello sulla tragicità della condizione umana, i cui temi sollevati furono in rapida successione: il volto di Dio, l’indifferenza della natura, la responsabilità dell’uomo, il male e il dolore del mondo.

Si era così avviata una riflessione che avrebbe avuto ancor più devastanti conferme di lì a poco, quando si sarebbero scatenate altre vicende ‘umane, troppo umane’: le due guerre mondiali, la bomba atomica e i campi di sterminio.

Dopo il 24 agosto 2016 e anche dopo il 30 ottobre 2016 e il 18 gennaio 2017, il nostro territorio – centro d’Italia – si ritrova devastato da una sequenza impressionante di scosse telluriche.

Siamo ancora provati per i tanti, troppi lutti; e, soprattutto, per le distruzioni fisiche, emotive, spirituali. E queste ferite che diventeranno cicatrici le portiamo con noi mentre ci accingiamo a vivere la festa di Sant’Antonio. Non si può festeggiare il Santo senza avere nella mente e nel cuore quello che accadde nella sua Città e quel che è accaduto nei nostri borghi e nelle nostre contrade.

Possiamo festeggiare Sant’Antonio nella preghiera e nella comunione tra di noi, a patto di non dimenticare quello che è accaduto, senza la fretta di cancellarlo come fosse solo uno spiacevole ricordo. Si può ripartire, senza paura di fallire, a condizione che si riscoprano le ragioni della comunità e non solo dei singoli e ci si lasci ispirare da una volontà di fare bene il bene, senza incertezze e senza ritardi.

Gli esseri umani, posti di fronte alla catastrofe, devono uscirne non spaventati, ma più lucidi e determinati nella ricerca del bene comune. Quand’anche – come tutti ci si augura – si riuscisse a ricostruire le condizioni di vita per abitare questa terra, non basterebbe. Ci vuole uno sguardo ancora più lungo, capace di intravvedere oltre. E scongiurare altre nefaste situazioni disumane.

Quelle cui sembra alludere Kant in uno dei suoi tre discorsi sul terremoto di Lisbona quando scrive: «Un principe che, mosso da un nobile cuore, si lasci indurre da queste sventure che toccano il genere umano ad allontanare la miseria della guerra da coloro che già da ogni parte sono minacciati da gravi disgrazie, è uno strumento benefico che opera nelle mani benevole di Dio e un dono che Egli concede ai popoli della terra, il cui pregio essi non sapranno mai valutare nella sua grandezza».

Le sue parole furono inascoltate. L’augurio è che la nostra generazione possa ascoltarle e fare del terremoto un’occasione per vivere insieme più uniti.

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