Al Giugno antoniano si parla di ecumenismo e dialogo

Il dialogo fraterno il francescanesimo ce l’ha nel suo spirito originario. E nel clima dei festeggiamenti del più insigne francescano, tra le serate di riflessione, ce ne stava bene una dedicata a questo tema. “Dalla Unitatis redintegratio alla Nostra ætate, le prospettive del dialogo interreligioso e dell’ecumenismo”, il titolo dell’incontro che ha caratterizzato l’ultima serata culturale del Giugno antoniano reatino. Ai piedi dell’effigie di sant’Antonio, il tavolo dei relatori ospitava il gesuita padre Padre Laurent Basanese, che dirige il Centro Studi Interreligiosi della Gregoriana, e il direttore del competente Ufficio nazionale della Cei don Cristiano Bettega, moderati dalla giornalista Maria Chiara Biagioni di Agensir.

Dopo l’interessante serata dedicata al Vaticano II, così, quest’ultimo incontro di riflessione su quello che è uno dei frutti più grandi del Concilio (come ricordano, nel titolo dell’incontro, i nomi dei due documenti conciliari, dedicati appunto all’ecumenismo cristiano e al rapporto con le religioni non cristiane), visto che fino a cinquant’anni fa gesti come quelli degli ultimi Papi – dalle loro visite in sinagoghe e moschee agli incontri interreligiosi di Assisi, ma anche gli abbracci fraterni con i patriarchi d’Oriente o, per restare agli ultimi eventi, i Vespri celebrati dagli anglicani in San Pietro o la visita di papa Bergoglio in Svezia alla Federazione luterana mondiale per l’avvio del 5° centenario della Riforma protestante – sarebbero stati assolutamente impensabile. Certo, la situazione odierna non è facile, visto che dialogare e convivere conosce varie difficoltà: ma, ha detto la Biagioni introducendo l’incontro, proprio in tale situazione delicata, a livello geopolitico e di rapporto tra popoli e culture, il dialogo tra le fedi assume un valore ancora più grande, nello spirito di papa Francesco che non si stanca di invitare a edificare ponti e non muri.

Molto interessante l’intervento di padre Basanese, di origini italiane ma nato e cresciuto in Medio Oriente, nel variegato crogiuolo di culture e fedi religiose e nell’altalenante e delicato groviglio fra politica e religione che costituisce il rapporto con la realtà islamica. Dei vari aspetti del dialogo ecumenico e interreligioso, ha detto il gesuita, il più complicato, e il più temuto, è sicuramente quello accademico, quello che riguarda teologi e studiosi, chiamato ad affrontare le questioni più scottanti che sono quelle dottrinali. Poi c’è il dialogo fatto di esperienze vissute, di persone e famiglie che vivono a contatto quotidianamente, di comunità che sono chiamate a convivere e a rispettarsi, magari di famiglie miste.

La questione più delicata è oggi sicuramente il problema del fondamentalismo islamico. E padre Laurent ha spiegato come alla Compagnia di Gesù sia stato affidato di occuparsi anche del dialogo con il fondamentalismo (non con i fondamentalisti). Nella sua esperienza nella realtà mediorientale, ha riferito, ha imparato che il problema principale è quello del linguaggio: anche quando si parla di pace, magari si intendono cose diverse. La sfida è allora proprio quella di intendersi.

Più riferito alla specifica situazione italiana l’intervento di don Bettega. Riferendoci in particolare all’islam italiano, ha spiegato il direttore dell’Ufficio ecumenico della Cei, esso appare come un «mondo difficilissimo e affascinante». Si sa che l’islam è una realtà complessa, non unitaria, priva di un’autorità superiore che possa fungere da punto di riferimento. E d’altra parte la nostra esperienza di “cattolicità”, intesa come universalità, «ci aiuta a dare un senso di unità anche quando ci confrontiamo con gli altri».

Riguardo il cammino dell’unità fra i cristiani divisi, la logica giusta con cui guardare le cose, ha detto don Cristiano, è quella dell’incarnazione: crediamo in un Dio che entra dentro la storia, con tutte le sue complicazioni e i suoi limiti. E occorre saper cogliere i segni di novità, come quelli della stagione attuale che ci porta a celebrare insieme i 500 anni della Riforma: «la Chiesa cattolica ha capito che forse ai suoi tempi Lutero non voleva poi così tanto spaccare, e i protestanti stanno comprendendo che la Chiesa cattolica non è poi così chiusa». Quella a cui il Signore ci sta chiamando, ha concluso Bettega, «è l’apertura alla sorpresa»: non cesseremo di sorprenderci nelle novità che in campo ecumenico abbiamo modo di vedere.

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