Giovani e social network: un rapporto che funziona?

Una lettura tra luci e ombre dell’Istituto Toniolo

Cosa pensano i giovani delle insidie dei social network? Come si comportano di fronte all’odio che brulica nella Rete? Quali strategie adottano per evitare le bufale? Sono gli interrogativi al centro dell’approfondimento che l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo ha realizzato in occasione di “Parole O_Stili”, evento contro la violenza nelle parole che si è tenuto a Trieste il 17 e 18 febbraio.
Le nuove generazioni usano in modo diffuso la Rete e i social, li considerano come parte integrante della propria realtà e vita sociale. Per i Millennials, la prima generazione socializzata in connessione continua dal basso con il mondo, non significa però che il loro impiego sia incondizionato e acritico. Il web, infatti, è considerato un mezzo imprescindibile per acquisire informazioni e i social uno strumento utile per scambiare opinioni, confrontarsi, allargare conoscenze e raccontare di sé. Tuttavia, non fuggono agli occhi dei giovani le trappole annidate tra i byte. Il 90,3% dei ragazzi tra i 20 e i 34 ha un account su Facebook: seguono Instagram (56,6%), Google+ (53,9%), Twitter (39,9%). Le attività più comuni sono guardare post di amici/follower (74,1% degli intervistati), leggere news (63,2%), conversare privatamente tramite messenger (57,8%). Attività che comportano inserimento di contenuti sono meno frequenti, ma coinvolgono una larga parte del campione: commentare post di propri contatti (49, 1%), postare materiale sulla propria pagina (40,7%), condividere news (35,4%), postare proprie foto o video su pagine altrui (32,6%). Non mancano la ricerca di annunci di lavoro (28,3%) e la visita agli account dei personaggi pubblici (26,6%).
Se la presenza sui social è preponderante, non difetta però la consapevolezza dei rischi. Alto è, infatti, il consenso sul fatto che non vanno presi troppo sul serio perché i contenuti che vi si pubblicano possono essere tanto veri quanto “inventati” (86,6%). Sulla questione dei troll, persone che intralciano il normale svolgimento di una discussione inviando messaggi provocatori, il 71,8% degli intervistati concorda che si tratti di un comportamento che renda i social un ambiente altamente inaffidabile. Il 34,8%, però, ritiene che i troll agiscano in nome del diritto di libertà di espressione della Rete. Parere contrastante riguarda anche l’“hate speech”, ovvero l’abuso di termini offensivi e l’espressione di odio e intolleranza verso persone o categorie sociali. Se l’opinione generale è negativa, non va ignorato il fatto che oltre un giovane su dieci lo considera poco o per nulla grave. Percentuale che sale al 15% tra chi ha titolo di studio basso. Un giovane su quattro, inoltre, pensa che tale linguaggio sia comunque parte del modo di comunicare in Rete e non richieda interventi esterni.
Di fronte alle notizie false diffuse come vere, l’11,2% non adotta nessuna strategia e condivide in modo indiscriminato ritenendo che sia impossibile controllare la veridicità di tutto. Questa accettazione incondizionata è fortemente legata al titolo di studio. Solo la minoranza (45%) è contraria alla diffusione indiscriminata, mentre si sale al 63,2% tra chi ha titolo basso e al 66,5% tra chi ha titolo alto. Quasi la metà di coloro che hanno avuto esperienza di diffusione di notizie infondate, infine, concorda con l’idea che tutto sommato le “bufale fanno parte del gioco e del bello dei social network”.

 

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