Giovani rifugiati, si cercano «tutor»

Cercansi tutor per i rifugiati. No, non gente esperta, operatori sociali o volontari specializzati per qualche percorso particolare. Ma semplicemente famiglie che, per un periodo stabilito, siano disposte a restare vicini a giovani stranieri che hanno compiuto già percorsi di inserimento nella nostra realtà ma non hanno ancora raggiunto piena automonia. Il progetto si chiama “Rifugiato a casa mia” ed è promosso dalla Caritas diocesana, recependo l’invito di papa Francesco ad aprire le porte delle parrocchie alla “carne di Cristo che sono i rifugiati”.

Non significa farli dormire in canonica o in convento (anche se pure questo può capitare, dove ci siano spazi disponibili e condizioni adeguate anche in termini legali e burocratici), ma accompagnarli come comunità cristiana. Soprattutto come famiglie. Per qualcuno di loro, intanto, la diocesi ha messo a disposizione un luogo apposito: l’appartamento di via Agamennone, dato in affitto con regolare contratto (a prezzo non stralciato ma accessibile) dall’Istituto sostentamento clero.

A tale scopo – come si spiegava su questa pagina una settimana fa – sono destinate quest’anno le offerte raccolte nelle parrocchie reatine per la Quaresima di carità, celebrata in diocesi domenica scorsa. Cinque i posti disponibili, quattro dei quali già occupati. Nell’abitazione hanno trovato posto Alex, Friday, Fodday e Karim, giovani poco oltre i vent’anni d’età provenienti da Paesi africani (Ghana, Nigeria, Gambia) lasciandosi alle spalle un passato assai burrascoso e situazioni da cui sono fuggiti.

In Italia hanno ottenuto lo status di rifugiati, e approdati nel reatino sono stati inseriti nel progetto Sprar (il Servizio per rifugiati e richiedenti asilo) il cui bando, per il Comune di Rieti, vede proprio la Caritas gestire le attività con i maggiorenni (ai minori non accompagnati provvede invece l’Arci). Concluso il percorso di inserimento e imparata abbastanza la lingua, non sono ancora però giunti alla totale autonomia. La casa a Villa Reatina assolve proprio a questo ruolo di ponte per chi, terminato il percorso Sprar, deve completare il proprio inserimento nella vita lavorativa e sociale.

Ecco però il coinvolgimento delle parrocchie, e a questo sono chiamati a lavorare i gruppi Caritas, che non sono, va ricordato, gruppi di volontariato o istituzioni di beneficenza, ma strumenti di animazione pastorale che organizzano la capacità di accoglienza e lo spirito di servizio dell’intera comunità parrocchiale. Spazio per dimostrare, come famiglie e come parrocchie, la vicinanza a questi fratelli bisognosi ce n’è, andando loro incontro con un piccolo impegno di accompagnamento e “familiarità”. Chi vuol saperne di più può contattare gli uffici della Caritas diocesana dove saranno felici di offrire indicazioni.

Scarica «Lazio Sette» (Rieti) 7 marzo 2016

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