Giornata Mondiale del Malato: verso l’uomo con grande “cura”

Mons Andrea Manto

Due giornate particolari per febbraio, una specifica della Chiesa italiana, l’altra a carattere universale: quella a data variabile della prima domenica del mese e poi, qualche giorno dopo, quella fissata nella ricorrenza più cara al mondo della sofferenza accostato dalla spiritualità cristiana, che è l’anniversario della prima apparizione della Vergine alla grotta di Massabielle (luogo divenuto emblema della speranza e della consolazione cristiana per tanti malati che vi si recano in pellegrinaggio).

Proprio nel pomeriggio della Giornata della vita, domenica 3 febbraio, si è avuto modo, per gli operatori che hanno raccolto l’invito del competente ufficio diocesano, di prepararsi alla Giornata mondiale del malato, che nella memoria della Madonna di Lourdes apre lo sguardo sulla realtà dell’infermità, e che anche la Chiesa reatina è pronta a vivere con gli appuntamenti in programma domani (al mattino la Messa del vescovo in ospedale e il pomeriggio la suggestiva liturgia lourdiana, sempre presieduta da monsignor Lucarelli, nella chiesa di Regina Pacis). Due giornate, quella della vita e quella del malato, del resto vicine non soltanto sul calendario: la sacralità di ogni vita umana è la convinzione che spinge il credente, e con lui ogni persona che si ispiri a un sincero umanesimo, ad approcciare il fratello che soffre con lo spirito del “buon samaritano”.

Proprio l’icona desunta dalla celebre parabola evangelica con cui Gesù vuol insegnare chi sia il “prossimo” da amare fa da sfondo all’edizione 2013 della Giornata voluta da Giovanni Paolo II per l’11 febbraio. Sono le parole conclusive della parabola del Buon Samaritano, “Va’ e anche tu fa lo stesso”, il tema scelto da Benedetto XVI: parole con cui, scrive il Papa, Gesù «indica qual è l’atteggiamento che deve avere ogni suo discepolo verso gli altri, particolarmente se bisognosi di cura. Si tratta quindi di attingere dall’amore infinito di Dio, attraverso un’intensa relazione con Lui nella preghiera, la forza di vivere quotidianamente un’attenzione concreta, come il Buon Samaritano, nei confronti di chi è ferito nel corpo e nello spirito, di chi chiede aiuto, anche se sconosciuto e privo di risorse. Ciò vale non solo per gli operatori pastorali e sanitari, ma per tutti, anche per lo stesso malato, che può vivere la propria condizione in una prospettiva di fede», dato che, prosegue il Pontefice citando la sua enciclica Spe salvi, «non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore».

La prospettiva cristiana della sofferenza aiuta a cogliere il valore della malattia e si ricollega direttamente al tema della sacralità di ogni vita. Un legame profondo che ha voluto sottolineare, nell’incontro svoltosi domenica pomeriggio in S. Domenico, il relatore invitato: monsignor Andrea Manto, che tra i malati ha lavorato a lungo come medico prima di farsi prete e che nella pastorale sanitaria è attivamente impegnato (ha diretto fino all’autunno scorso alla Cei l’ufficio nazionale del settore ed ora ne è responsabile nella diocesi di Roma).

Prima di intrattenere i presenti con la sua densa riflessione, don Manto ha risposto alle sollecitazioni di Massimo Casciani che lo ha intervistato proprio sull’importanza della Giornata della vita (si può trovare il video dell’intervista nella WebTv del sito www.frontierarieti.com). Vita che, ha detto il sacerdote, può oggi sembrare «qualcosa di dato già a priori, una cosa scontata. Abbiamo perso la capacità di stupirci di fronte al mistero della vita, avendo approfondito le nostre conoscenze mediche e biologiche». Occorre allora fare attenzione a una scienza puramente «riduzionista, che vuole guardare soltanto al come senza interrogarsi sul perché».

Se la Chiesa si spinge tanto nel richiamare la sacralità della vita, è perché crede profondamente a un principio fondato sulla legge naturale, quale la dignità piena dell’essere umano, che «non può essere una questione confessionale, ma riguarda tutti i cittadini». Ne nasce una visione assai più ampia dell’approccio verso l’infermità, che è alla base dell’impegno pastorale della comunità cristiana nel pianeta della salute (parlando non solo di presenza di operatori specializzati nelle strutture sanitarie, ma anche della quotidiana azione di vicinanza ai malati nell’ordinario vissuto parrocchiale): una visione che si ispira a quel “prendersi cura” di cui quell’uomo straniero scelto da Gesù nella parabola come modello di autentica dedizione è emblema.

Del resto l’azione sanitaria, ha sottolineato Manto, «solo in pochi casi riesce a “guarire” in senso tecnico: nella maggior parte dei casi la medicina arriva solo a cronicizzare le malattie o amputare le parti malate», spesso anzi «si constata l’impotenza della medicina», che non riesce a riportare l’uomo affetto da infermità alla piena guarigione. Ecco, allora, che «il primo obiettivo non è “guarire”, ma “curare”, cioè “prendersi cura”, accompagnare la persona nel momento delicatissimo della persona che è quello della sofferenza, che pone domande forti, di comunione, di comunicazione; un tempo anche di grazia, se lo guardiamo nell’ottica della fede».

Cosa fece, del resto, il protagonista della parabola? Evitò il “passare oltre” degli altri due, quelli che non vollero sporcarsi le mani, frenati dal tabù del macchiarsi di sangue che avrebbe contaminato il loro impegno cultuale (da bravi addetti al servizio del tempio: sacerdote e levita). Un culto, però, non autentico, non gradito a Dio, secondo il rivoluzionario insegnamento di Cristo: perché il vero tempio vivente è l’uomo, e la vera sacralità è il corpo piagato, su cui versare (usando le parole della liturgia) “l’olio della consolazione e il vino della speranza”. È lo spirito che ispira ogni operatore della pastorale della salute. Di più: è lo spirito che caratterizza la comunità nel suo insieme, l’intero corpo ecclesiale che delle sue membra più doloranti è chiamato a prendersi cura in modo speciale.

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One thought on “Giornata Mondiale del Malato: verso l’uomo con grande “cura””

  1. Niccolò

    un consiglio per un lapsus del medico dr Manto: la medicina non guarisce ma ‘cronicizza’, come dice con affermazione coraggiosa, ma questofatto altera immendamente il valore della cura che quindi andrebbe meglio definita come ‘presa in carico’ , in quanto la medicina di oggi ha grande interesse a curare ma non a guarire il paziente, perchè perderebbe il cliente. E su questa mancanza di prospettive terapeutiche dobbiamo pregare, avrre fede ed aspettarci sempre una qualche novità che costringa gli Stati ad una maggiore sobrietà, perciò a pretendere dal mondo sanitario la guarigione perchè non ci sono più fondi per garantire cure cronicizzanti. Forse l’unico aspetto positivo della crisi finanziaria!

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