Giornata Missionaria Mondiale

Giornata missionaria, il vescovo: «tornare alle origini per comunicare la fede»

È stato un invito a tornare alle origini della propria fede cristiana quello fatto dal vescovo Domenico in occasione della veglia di preparazione alla Giornata missionaria mondiale. Perché comunicare la fede oggi può sembrare difficile se si dimentichiamo le parole di Gesù

È stato un invito a tornare alle origini della propria fede cristiana quello fatto dal vescovo Domenico in occasione della veglia di preparazione alla Giornata missionaria mondiale. Perché comunicare la fede oggi può sembrare difficile se si dimentichiamo le parole di Gesù. «Io ho scelto voi e non voi avete scelto me», ha spiegato mons Pompili, vuol dire che «che prima di noi viene l’amore di Dio».

Il pensiero corre a tanti luoghi di missione, in cui essere cristiani vuol dire rischiare la vita, ma anche all’imbarazzo e alla mancanza di spontaneità che può capitare di provare nell’annunciare la propria fede in un Occidente sempre più secolarizzato e distratto rispetto a Dio.

«Perché – ha chiesto il vescovo – a noi cristiani, che partecipiamo alla liturgia della chiesa, riesce così difficile comunicare la fede, trasmettere quello in cui crediamo nei nostri ambienti di vita quotidiana?». E perché «ci appassioniamo alla politica, allo sport, all’altro o all’altra, e invece siamo come silenti quando si tratta di dire qualcosa attorno alla nostra fede?».

Una risposta si trova nella figura del profeta Geremia. Quando era ormai anziano, dopo aver conosciuto ogni sofferenza a causa della sua «parola schietta e senza reticenze», scrive dell’origine della sua vocazione, di «quel fatto», di «quella voce silenziosa da cui è poi scaturita la sua missione».

È la voce di Dio che lo invita ad andare avanti nonostante lui senta di essere inesperto, «Quella voce che lo strattona e gli fa fare quello che mai avrebbe fatto e lo fa andare dove mai sarebbe andato».

Se siamo timidi nella fede, ha detto il vescovo, è perché forse «a differenza di Geremia non siamo passati attraverso il crogiolo di questa esperienza che ci ha afferrato da dietro e spinti».

È in questa direzione che vanno lette le parole di Gesù sulla vite e i tralci, ben rappresentate nell’allestimento liturgico nella basilica di Sant’Agostino. «Sappiamo tutti che il tralcio vive nella misura in cui è innestato nella vite. È proprio questo che ciascuno di noi deve riconoscere: che non ci sentiamo innestati in lui, così vitalmente inseriti. Eppure Gesù è molto chiaro: senza di me non potete fare nulla».

Chiaro l’invito che emerge dalla serata di preghiera: «tornare alla giovinezza della nostra esperienza di cristiani, all’origine che ha deciso la nostra vita, per riscoprire la forza di testimoniare il Vangelo».

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