Religiosi

Frate Fabio, storia di una vocazione: una voce da dentro

A incontrarlo per strada non passa inosservato, con le toppe sul saio e una luce particolare negli occhi: frate Fabio, romano, è uno dei cappuccini di Colle San Mauro. Un convento che ha offerto una casa alla sua vocazione, nata da una forte esigenza interiore, dalla lettura del Vangelo, dalla necessità di trasformare in opere gli insegnamenti del Maestro

Giovane, di bell’aspetto e con un contratto a tempo indeterminato con una boutique di scarpe di alta moda nel centro di Roma. Una giornata scandita da una divisa lavorativa elegantemente griffata, i colleghi, lo stadio, la discoteca, le ragazze, qualche serata ad asso tasso alcolico. Sulla carta, a Fabio non mancava davvero nulla. «Avevo tutto ciò che i giovani cercano», racconta ricordando i suoi dialoghi con gli amici, le corse in motorino con le fidanzate. Eppure, non era felice. «In realtà ero già morto prima ancora di morire, ero una sorta di zombie. Ricordo un giorno in cui mi aggiravo per casa senza meta, non sapevo cosa fare, dove andare, non sapevo nulla».

Incontro con il Vangelo

Quel giorno non si rivelò un giorno come tanti. Fu il giorno. Fabio non frequenta chiese, non è credente, è lontano anni luce dalla fede, «non avevo neppure voluto fare la Cresima, mi ci avevano mandato e non mi importava nulla», e non ha mai neppure avuto sentore che al mondo esistessero i frati, «dalle mie parti parlare di frati significa definire delle piccole farfalline nere a pois bianchi, ed era l’unico significato che attribuivo a quella parola». Ma quel giorno accade qualcosa. La voce che sente dentro di sé è chiara e definita, non lascia spazio a dubbi, e dice senza esitazioni: «Apri il Vangelo». Fabio è incredulo, va a cercare il piccolo libricino usato di malavoglia durante il catechismo, e ne viene «risucchiato». «Una scena che mi ricorda quella del film La storia infinita, quando il ragazzino apre il libro e ne viene quasi assorbito. Fu così anche per me, divorai in due giorni il Vangelo e gli Atti degli Apostoli, e pagina per pagina provavo una gioia che mi riempiva l’anima».

Gesù, un incontro che cambia la vita

Un episodio spiazzante, che cambia radicalmente, seppur lentamente, la vita del ventisettenne, che non capisce subito dove quella esperienza voglia portarlo, ma ha ben chiaro il desiderio di mettere in pratica gli insegnamenti letti, «dando quello che potevo, quello che avevo, aiutando come possibile tutti i bisognosi che incontravo sul mio cammino». Proseguendo la lettura del Vangelo, in una nota a margine, una frase attira la sua attenzione: Con la Cresima si riceve lo Spirito Santo. Per lui, che la Cresima neppure aveva voluto farla, si apre un mondo tutto nuovo, soprattutto dopo la piacevole scoperta che esistono corsi di catechismo studiati appositamente per gli adulti. Tuttavia, rimane qualche piccola incertezza, spazzata via da una coincidenza, o forse un segno. «Mia cugina mi chiese di fare da padrino di Battesimo al suo piccolo, ma io da non cresimato non avrei potuto farlo: quella fu la molla definitiva per decidermi, e fu bellissimo». Fabio segue il corso, «un’esperienza straordinaria», e dunque si ritrova a seguire le celebrazioni liturgiche, a frequentare la Chiesa.

Una vocazione “cappuccina”

«Ormai ero consapevole di aver ricevuto la chiamata, tuttavia cercavo di capire bene: non mi sentivo attratto dalla vocazione sacerdotale, mi sentivo più affine a ordini molto vicini alla povertà, e mi segnalarono i frati cappuccini».

Una scelta da comprendere

«E dire che fino a poco tempo prima non sapevo neppure chi fosse san Francesco!» Intanto, nella centralissima boutique di scarpe griffate, i colleghi hanno capito tutto, e comprendono, assecondano, ci scherzano su. Per mamma invece, capire è più difficile. «Lei era credente, ma quando le cose le tocchi con mano nella loro concretezza tutto è più complicato: non le andava giù il voto di povertà, non lo accettava». Messo di fronte a diverbi e contrasti familiari, Fabio sembra non avere scelta. Sarebbe dovuto partire per la Comunità dei Cappuccini di Colle San Mauro di Rieti ad agosto, ma si presenta a luglio, con un mese di anticipo. «Non sono andato al lavoro, mi hanno cercato per due o tre giorni, non sapevano che fine avessi fatto. Poi, messa di fronte al fatto compiuto, mamma ha dovuto accettare la mia scelta, addirittura ne ha capito i vantaggi: non ha nuore con cui discutere, e sa che se non sono impegnato con il mio servizio, corro subito da lei!».

Pace interiore

Sul colle che sovrasta l’abitato reatino, la pace interiore arriva subito, «stavo bene, noi abbiamo la grazia di sentire ogni luogo, anche estraneo, come casa nostra». Poi arrivano i passi seguenti, il postulato a L’Aquila, il noviziato a Camerino, il post noviziato a Spoleto, la professione ufficiale perpetua, le esperienze al convento di San Paolo a Viterbo e nella parrocchia di San Francesco a Latina.

Quotidianità in convento

E nel maggio del 2018, in un percorso circolare, il ritorno a Colle San Mauro. Una giornata scandita da solidarietà, lavoro e fede. «In tutto siamo cinque cappuccini. Iniziamo a pregare al mattino, con la Santa Messa, poi ci dedichiamo ciascuno al proprio lavoro, chi all’orto, chi alla cucina, chi alla cura dell’ampio bosco e del giardino, chi alle pulizie del convento. Il pomeriggio invece, è tutto dedicato ai malati». La comunità dei frati cappuccini si occupa dell’assistenza ai degenti dell’ospedale San Camillo de Lellis di Rieti, offrendo conforto, somministrando i sacramenti, stringendo mani che soffrono. «Spesso mi chiedono come mai un ragazzo così carino si sia fatto frate, e questa cosa mi fa molto ridere», dice frà Fabio. «Poi penso all’aiuto al prossimo, alla gioia nel fare del bene, nella semplicità di ciò che si vive ogni giorno, e penso che quella è la vera bellezza».

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