Fine vita

Fine vita, il vescovo Domenico: «Il dolore si contrasta con la scienza, non causando la morte di chi soffre»

Il vescovo di Rieti: un'eredità pesante per le prossime generazioni «Potrà aumentare la percezione di essere un peso per se stessi e per chi ci è vicino»

Bisogna trovare ilmodo di ridurre il dolore, non aiutare a eliminare il sofferente. È la denuncia lanciata da monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana fino al 2015. Il Prelato esprime il suo sconcerto per la sentenza della Consulta sul fine vita. E invoca almeno una «linea del Piave» che non può essere superata: la libertà di obiezione di coscienza.

Monsignor Pompili, qual è la sua valutazione sulla decisione della Consulta?

«Sono sconcertato anche se non sorpreso, perché è chiaro da tempo che si pensa di eliminare la sofferenza accelerando la fine del sofferente».

Qual sarebbe allora la via da percorrere?

«Non si tratta ovviamente di allungare indefinitamente il dolore, ma di contrastarlo con i mezzi che la scienza mette a disposizione. Come ha detto di recente papa Francesco: è una tentazione quella di “usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone la morte con l’eutanasia”. E sono d’accordo con quanto scritto dalla Cei: la preoccupazione è “soprattutto per la spinta culturale implicita che può derivarne per i soggetti sofferenti a ritenere che chiedere di porre fine alla propria esistenza sia una scelta di dignità”».

Che cosa la preoccupa?

«Nei Paesi in cui ci sono queste procedure è difficile controllare di fatto che i criteri stabiliti vengano concretamente rispettati».

In che senso?

«Per esempio si riduce sempre più l’età minima per l’eutanasia o il suicidio. Le malattie “ammesse” sono sempre più variabili. E ci sono studi che segnalano aumenti di suicidi».

Quali responsabilità ha avuto il Parlamento?

«È stato gravemente irresponsabile. Non ha favorito una discussione produttiva su un tema di vitale importanza».

Che cosa resta della vicenda?

«Un’eredità pesante: le prossime generazioni saranno influenzate da queste decisioni. Rimarrà loro che noi abbiamo detto sì alla possibilità di aiutare e incoraggiare a morire quando vivere è complicato».

Quali conseguenze teme?

«Potrà aumentare la percezione di essere un peso per se stessi e per chi ci è vicino».

Ma Dio non ha creato l’uomo libero?

«Sì, ma il punto è esercitare la nostra libertà con responsabilità».

Cioè?

«Incoraggiare l’idea che una vita complessa giustifica la possibilità di una morte facile come via d’uscita dalla sofferenza, se ci pensiamo bene, dà più spazio all’arbitrio di altre persone che al proprio».

La sua proposta alternativa?

«Quella che la Chiesa ribadisce da tempo: la medicina sta facendo progressi strepitosi nelle cure palliative. Invece ora si stimola la medicina e la scienza a dedicarsi di più all’assistenza al suicidio, alla morte? Scienza e medicina sono al servizio della vita, non della morte. Occorre che la via delle cure palliative sia concretamente valorizzata, approfondita e incoraggiata non solo in Italia, ma nel mondo intero. Potrà essere la vera svolta per tutta l’umanità».

Almeno quattromila medici cattolici sarebbero pronti a fare obiezione di coscienza: che cosa ne pensa?

«Li capisco perfettamente. L’obiezione di coscienza resta “la linea del Piave”: deve essere garantita. Senza se e senza ma».

di Domenico Agasso Jr, da «Il Secolo XIX»

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