Filippo Lippi, il frate pittore genio e sregolatezza

Fu tra gli artisti più apprezzati e amati da Cosimo de’ Medici

Fu tra gli artisti più apprezzati e amati da Cosimo de’ Medici che di lui disse “l’eccellenze dei geni rari son doni celesti e non asini vettorini”, fu un personaggio particolare e controverso, genio e sregolatezza, come si direbbe oggi. La vita di Filippo Lippi fu a dir poco “avventurosa”: da povero orfanello entrò per il noviziato all’età di otto anni nell’ordine religioso dei carmelitani, poca la voglia di studiare e poca la vocazione religiosa, il suo gran talento per l’arte lo salvò da varie situazioni incresciose e da una vita ai margini. Fu infatti solo grazie all’intervento del priore che non venne espulso dall’ordine che comprese la vera vocazione del ragazzo e lo inviò presso la Cappella Brancacci a imparare la lezione di arte e teologia accanto a Masaccio e Masolino.
Filippo riuscì a prendere i voti, ma non a radicarsi nella realtà conventuale, troppo chiusa per il suo spirito libero e privo di regole; protagonista di varie evasioni, al silenzio del convento preferiva lo stridore di Firenze e della sua campagna. E non poche furono le “peripezie” del frate carmelitano; il Vasari racconta che venne anche rapito dai pirati mentre veleggiava al largo di Ancona, e fu solo grazie al suo talento di pittore che riconquistò la libertà.
Lippi era un artista ecclettico e raffinatissimo, capace di assimilare la lezione dei grandi maestri del tempo, soprattutto Masaccio e Donatello, e di sviluppare una propria cifra stilistica, un chiaro esempio in tal senso è la “Madonna Trivulzio” del 1431 (Milano, Castello Sforzesco), sintesi di bellezza e perfezione. E proprio le rappresentazioni delle Madonne sono un tratto peculiare della sua produzione artistica, soprattutto i volti delle sue Vergini restano tra i più belli e raffinati di tutta la pittura quattrocentesca, poiché traducono in fluide e leggere pennellate la leggerezza dell’anima e la semplicità di un viso puro e soave. Furono, probabilmente, proprio quei volti così aggraziati ad attirare l’attenzione di Cosimo, che non solo decise di commissionargli molte opere ma anche in qualche modo di proteggere il frate-artista; e, in effetti, se questo maestro in saio non “perse la cappa”, moltissimo lo deve proprio alla signoria dei Medici.
Grazie anche alla protezione di Cosimo, Filippo Lippi poté realizzare uno dei più straordinari e raffinati dipinti del Rinascimento, e di tutta l’arte nel tempo, parliamo della “Madonna col Bambino e angeli” del 1465 (Firenze, Galleria degli Uffizi). La scena si svolge all’interno di una casa, in un’atmosfera soffusa e vibrante, irradiata dalla tenue luce di una mattina di primavera. Domina un intenso lirismo sentimentale: il volto gentile e delicato della Madonna, su cui si poggia la trasparenza spirituale di un velo che sembra richiamare la grazia divina, il tenero Gesù Bambino che sembra voler abbracciare la propria mamma con tutto l’amore del mondo; e poi c’è un giovincello dalle sembianze angeliche che si volta verso lo spettatore, quasi salutando con un sorriso. Ma c’è di più: alle spalle dei personaggi si apre un’ampia finestra che introduce lo sguardo verso una sconfinata valle, con i monti, le radure verdeggianti, le insenature lacustri e le mura merlate di Firenze. Lippi, attraverso la finestra così ampia che si apre su uno spazio aperto, utilizza un’espediente della pittura fiamminga ovvero il quadro nel quadro. Anche la lettura teologica sostiene questa versione: lo spazio aperto rappresenta il paradiso e il cosmo perfetto, la Vergine con il Bambino sono simboli dell’amor filiale, divino e terreno. Stranezze della vita, stranezze di Filippo Lippi che, come sottolinea Antonio Paolucci, “non aveva alcuna vocazione per la vita religiosa ma l’essenza del messaggio cristiano l’aveva capita benissimo e sapeva rappresentarla per via di pittura”.

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