Fango e olio

I fedeli avvertono la necessità di rimuovere il troppo fango che ricopre la società e anche la vita ecclesiale, a volte per scorgere il vero che è nelle realtà e nelle cose.

La giornata “24 ore per il Signore” ha avuto un esito decisamente buono, per non dire di gran lunga superiore alle aspettative. Oltre ai gruppi che hanno garantito una presenza continuativa in cattedrale, tantissimi fedeli, anche nelle ore più “proibitive”, sono passati e si sono intrattenuti nella riflessione e nella preghiera. Tantissime le confessioni. Numerosi i confessori, giovani e anziani.

La Chiesa, intesa come comunità di battezzati, radunata nel nome della Trinità, c’è; è viva e profuma di olio, tanto per usare la metafora che il Vescovo Lucarelli ha mutuato dal vangelo del cieco-nato nell’omelia del sabato sera. Se il fango a volte è più visibile, sia in natura che in metafora, l’olio fa brillare il volto della Chiesa, anche di quella locale, in modo irresistibile e le luci diventano più delle ombre.

Partecipatissime le due Messe che hanno aperto e chiuso la giornata, la prima celebrata dal nuovo vicario generale don Jarek e la seconda dal vescovo Lucarelli.

Se la cronaca di pruriginosi dissapori chiesastici e che riguardano due o tre persone può far gola a certi mezzi di comunicazione, spiace che la cronaca non si sia occupata di un evento che sposta la folla del popolo di Dio, se non con un trascurabile cenno.

Ma così va il mondo e a noi piace pure.

Se volessimo azzardare una lettura sociologica dell’evento, lasciando da parte quella liturgico-sacramentale, potremmo dire che i fedeli avvertono la necessità di rimuovere il troppo fango che ricopre la società e anche la vita ecclesiale, a volte per scorgere il vero che è nelle realtà e nelle cose.

Vi è una grande voglia di incontrarsi, di pregare, di riflettere, di innovare, anche ripescando vetuste usanze e devozioni; la volontà di ripulire la società e la politica, e quella di scrostare la vita ecclesiale, ma anche quella spirituale, è simile a quella dei grandi momenti storici in cui le riforme sono state spinte e sollecitate dal basso.

C’è anche stato chi se ne è volutamente tenuto lontano. E anche queste scelte possono essere capite e sono legittime, si tratta solo di decifrarle bene, ma questo non è compito dei sociologi, bensì degli psicologi.

Certo non sfugge che vi siano due velocità nel fare le cose, nel modo civile ed ecclesiale e sembra che una forza spinga in avanti per cambiare e una tiri nel verso contrario per farle restare immobili: la prima vincerà!

D’altra parte le religioni si servono di formule e riti per lo più stabili e fissi, non per mantenere sempre lo status quo, ma per modificare la società e la realtà.

In tal modo si lavora sulle mentalità, sulle attese, sui progetti, sulla propria storia e sul proprio futuro.

I grandi cambiamenti epocali richiedono un forte radicamento nel passato perché siano significativi e propulsivi; d’altra parte l’immobilismo che ci ha tenuti prigionieri per decenni non può durare per sempre.

O si rischia l’implosione o si impone il cambiamento. O si permane nel fango, o si acquisisce la luminosità dell’olio. Per questo è scoccata l’ora di un rinnovato “protagonismo” del mondo laicale, associato e singolo, per dare un forte scossone alla politica e alla vita di fede.

Sono segni incoraggianti e preziosi.

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