Famiglia e diritti, Ciampoli: evitare «la violenza dell’arbitrarietà»

«Mi preme richiamare la vostra attenzione su un discorso di carattere più ampio. Il concetto di famiglia in senso giuridico, si sono aggiunte altre definizioni su sollecitazione della stampa, che ama molte volte forgiare neologismi. Il concetto di famiglia assume a seconda dell’aggettivo a cui è accomunato un suo significato» ha detto il dott. Luigi Ciampoli (già procuratore generale della Corte d’Appello di Roma) al convegno sulla famiglia tenuto nel Salone Papale del Vescovado di Rieti nel pomeriggio del 25 settembre.

Ma non sono – ha precisato il giurista – quel legame scritto nella Costituzione che «la nostra Corte Costituzionale ha più volte voluto ribadire. La nostra Costituzione riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio».

«La Costituzione – ha spiegato Ciampoli – riconosce cioè la famiglia come un fatto non legato ad una norma o ad un’altra sollecitazione, ma che nasce con la natura stessa dell’uomo» incontrando su questa strada un profondo principio di laicità.

«Quando oggi si sentono sollecitare modifiche normative che aprono il concetto di famiglia ci si dimentica che grazie a Dio il nostro diritto ha una tale varietà di definizioni giuridiche che consente di comprendere ogni cosa, dando ad ogni cosa il suo significato normativo, giuridico, essenziale» ha aggiunto il relatore, portando ad esempio il rapporto patrimoniale tra due coniugi: «si chiama in termini giuridici “convenzione”, non certo matrimonio».

«In una società in cui si è mirato ad esasperare determinati concetti dimenticandone il contenuto giuridico si arriva a delle cantonate giuridiche» ha proseguito, ricordando che «il riconoscimento di un diritto è per definizione stessa il riconoscimento dei propri doveri. Non si può affermare un diritto se non si afferma la contestuale esistenza di un dovere».

Occorre allora essere attenti ad evitare una sorta di «la violenza dell’arbitrarietà» illustrata ai presenti con un breve apologo: «Ero su un autobus affollato. Ci si stava pigiati come sardine. Alla fermata le porte del mezzo si aprono e c’erano delle persone che volevano salire. Eravamo così costipati che era difficile pensare che potessero entrare. Quasi con accoglienza ho detto ad una di queste persone: “sto cercando di farle posto”. La risposta che ho avuto a mio avviso è esilarante: “è mio diritto salire”. “Ha ragione – ho ribattutto – ma deve inventare la compenetrazione dei corpi!”».

Come a dire che per parlare della famiglia, oggi, occorre «cominciare a riscoprire i valori fondamentali che ci fanno credere in una società, che intanto abbiamo ragione di invocare come società sana perché contiene un granello di sabbia di ciascuno di noi».

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