Da Leonessa la voce di don Maurizio Patriciello: «Facile mettere a tacere un uomo, ma non un popolo»

“La camorra è un albero maledetto che affonda le radici in una terra maledetta, concimato da un fertilizzante maledetto: la cultura mafiosa,  quella che dobbiamo combattere”. Don Maurizio Patriciello è un ex infermiere. Diventare parroco per lui è già stata una scelta di rottura, ma le scelte “coraggiose” dovevano ancora arrivare.

Ora don Maurizio è parroco di San Paolo Apostolo, a Caiano, al confine tra Napoli e Caserta. L’inferno, per alcuni: immondizia lungo le strade, fumo nero, campagne avvelenate, pilastri dei cavalcavia corrosi dalle esalazioni tossiche, intonaci scrostati, aria graffiante, ragazzi sbandati che spesso cercano conforto nella droga.

Don Maurizio parla ai giovani riuniti a Leonessa per il Meeting con un accento napoletano verace che conquista tutti da subito. Ripercorre la sua vita, l’incontro casuale con un francescano che l’ha riconciliato con l’idea piena di luoghi comuni che aveva del clero: “è finita che ho compreso che andare a messa tutte le mattine era bellissimo, senza che nessuno me lo chiedesse”.

Poi l’entrata in seminario, l’ordinazione, la prima destinazione come parroco: Aversa, un quartiere come gli altri, secondo gli occhi di chi non lo conosce, in realtà un quartiere nato dopo il terremoto del 1980 grazie ai soldi stanziati per gli aiuti post-sisma, e “chi ha osato dire che quel denaro era destinato ai terremotati, l’hanno ucciso subito”.

Patriciello parla senza mezzi termini, rimarca il concetto che ha perseguito negli anni nonostante il pericolo di morte, accendendo riflettori e firmando denunce e petizioni per una terra martoriata: “i mafiosi sono dei grandi vigliacchi, sono la zavorra della società, la morte della speranza, e dunque la morte di voi giovani”.

Ai ragazzi racconta l’immagine terrificante del corpo esanime di don Giuseppe Diana, trovato in un lago di sangue accanto all’altare. “Ci raccogliemmo in preghiera, altro non potevamo fare, ma sono episodi che fanno capire che il parroco di Scampia deve fare il proprio lavoro in maniera diversa dal parroco dei Parioli, perchè portavoce dei problemi del proprio territori, della sua gente flagellata dalla malavita e abbandonata dallo Stato”.

Decine di morti ammazzati da allora, la celebrazione dei funerali degli adolescenti, ed è proprio perché il loro sacrificio non sia vano che don Maurizio non ha nessuna intenzione di voltarsi dall’altra parte. Come con la piaga della “terra dei fuochi”: “il fumo nero rendeva l’aria irrespirabile, ma si può vivere con il fazzoletto sotto il naso, mi domandavo.

Abbiamo iniziato con la forza della fede e della disperazione, senza essere esperti del settore, abbiamo studiato solo monnezza per cinque anni, e adesso ne sappiamo qualcosa, abbiamo portata a casa dei risultati, come la legge sui reati ambientali, che neppure esisteva”.

Don Maurizio si fa orgoglioso quando parla del suo colloquio con papa Francesco, che gli ha confidato come l’enciclica Laudato sii sia stata ispirata proprio alla terra dei fuochi.

Ha voluto incontrare Carmine Schiavone, un boss sulla cui sua coscienza pesano circa cinquecento omicidi, di cui almeno cinquanto compiuti personalmente. “Mi disse una frase che non dimenticherò mai: io sono mafioso e su questo non ci dubbi. Ma noi facevamo affari con la droga, con il pizzo, che si potessero far soldi con l’immondizia non l’avevamo mai penstao, sono stati loro che ce l’hanno suggerito”. Loro sono gli industriali.

“La malavita la coltivano tutti, a vario titolo, con la loro cultura mafiosa – dice don Maurizio – ma mentre è facile far tacere un singolo con un colpo di pistola, così com’è stato con don Peppino, è molto difficile far tacere un popolo. Non dimenticatelo mai”.

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