Facebook: risorsa o dipendenza?

A Rieti ci si interroga sulla rete. “Facebook: dalla Risorsa alla Dipendenza” è il titolo dell’incontro formativo organizzato per il 24 marzo dall’Ufficio Pastorale della Salute della Diocesi.

L’evento, dedicato ai ragazzi, ai genitori e agli insegnanti, affronta uno dei fenomeni in maggiore espansione al giorno d’oggi. Ne parliamo con il diacono Nazzareno Iacopini, direttore della Pastorale Sanitaria.

Da dove nasce questo incontro?

Beh, in qualche modo ci è stato sollecitato dalla città. La scorsa primavera abbiamo promosso un evento dal titolo “Adolescenza e disagio contemporaneo della Civiltà – Società tecnologica e i nativi digitali”. Da quella occasione, soprattutto sull’onda del grande interesse suscitato dall’intervento del Prof. Tonino Cantelmi, abbiamo ricevuto numerose segnalazioni e lettere che ci chiedevano un approfondimento, soprattutto attorno al rapporto tra i più giovani e Facebook.

È un tema che sta a cuore a molti?

La quantità di richieste che abbiamo ricevuto ha dell’incredibile, e in ognuna ritornano gli stessi temi, quasi ci sia un tacito accordo. È segno di un grande smarrimento rispetto ai nuovi media, sia da parte dei genitori che dei ragazzi. I primi mancano delle chiavi per comprendere appieno i fenomeni della rete; i secondi si rendono sempre più spesso conto di non saper realmente governare strumenti che davano quasi per scontati.

 A quali domande vuole rispondere l’incontro?

In tanti ci hanno chiesto se l’uso del PC e della rete può danneggiare i ragazzi. Non manca chi chiede come trovare punti di equilibrio familiare che includano anche l’universo della rete, e c’è pure chi cerca modi per avere un qualche controllo su quanto fanno i figli on-line. La domanda più ricorrente rimane quella attorno alla dipendenza da Facebook. Il problema di fondo è capire in quale misura Facebook è una risorsa e quando invece finisce con l’essere una pericolosa ossessione.

Sono temi complessi…

È vero, ma oggi più che mai è necessario il confronto con la complessità. Inutile scoraggiarsi, meglio lavorare in umiltà e scoprirsi pure ignoranti quando è il caso. In fondo l’animo umano è inesauribile e la nostra capacità di sondarlo limitata. Servendo la Pastorale Sanitaria ho potuto osservare come, nel cadere in una dipendenza patologica, non si voglia soffrire per forza, ma solo soffrire di meno. La droga del tossicodipendente, il cibo della bulimica e il videopoker del giocatore da bar non hanno a che fare con il semplice desiderio: rispondono a forti bisogni. Talvolta c’è un trasporto che travalica la forza di volontà e la logica del pensiero.

Vale lo stesso per Facebook?

La rete è un formidabile strumento interattivo: è possibile comunicare con gli altri come non si era mai fatto prima, ma non solo: è possibile giocare, anche d’azzardo, ascoltare musica, vedere film, trovare o inventare lavoro, apprendere e informarsi, conoscere persone, diventare famosi e in certi casi mettersi nei guai. Spesso le attività della vita quotidiana possono essere svolte su internet con maggiore facilità e notevole risparmio di tempo e di spazio. Il mondo virtuale è fin troppo funzionale ai nostri desideri: offre la possibilità costituire una piacevole alternativa alla realtà e qualcuno viene inesorabilmente risucchiato. Accade in primo luogo ai più giovani, la cui coscienza non è ancora pienamente formata e capace di critica. Non è difficile immaginare come, dopo essersi dilungato in rete, un adolescente fatichi a reinserirsi nella realtà e nella quotidianità familiare.

E le famiglie come reagiscono?

Ho ascoltato la mamma di una ragazza pronta a rompere il computer pur di tornare la sera a vedere un film tutti insieme; un papà ha regalato al figlio, appena adolescente, una motocicletta in cambio della promessa, ovviamente non mantenuta, di diminuire il tempo trascorso su Facebook. Un altro padre mi ha raccontato di aver contattato, sotto mentite spoglie, la figlia su Facebook per capire chi fossero i suoi amici. Né è uscito ancora più angosciato e pieno di dubbi, impaurito e stravolto dall’esperienza. La rete apre scenari nuovi in ogni direzione, compresa quella dei problemi.

Occorre trovare le soluzioni senza rinnegare il progresso?

Capiamoci: l’uso di internet diventa patologico soltanto quando la rete non è più al servizio della realtà, ma tende a sostituirla. Internet ha la paradossale capacità di generare un senso di appartenenza globale unito ad un sentimento di estraneità alla vita reale. Si corre il pericolo di vivere una esistenza falsa cedendo all’illusione che possa condurre ad una qualche felicità: questo è il guaio. Il resto fa parte inevitabilmente di un’evoluzione della società. Oggi come sempre bisogna imparare a stare al mondo: sia i più giovani, nati e cresciuti nell’era digitale, che i più anziani, più diffidenti che curiosi perché la vita ha insegnato loro a dubitare di troppo facili vantaggi.

Sono temi gravi, ma perché è proprio la Chiesa locale ad occuparsene?

Perché la libertà e la dipendenza riguardano innanzitutto lo spirito e la consapevolezza di sé. Il business di Facebook sono gli affetti, le relazioni, le identità: tutto ciò che costruisce intimamente la persona. La Chiesa non può essere indifferente a ciò che tocca le corde più profonde. Vorrebbe dire limitarsi ad un catechismo astratto e autoreferenziale. Ecco perché speriamo che i parroci stimolino i ragazzi di cresima a venire all’incontro.

Ci sbroglierà la… rete?

Abbiamo chiamato in aiuto un relatore di rilievo. Zbigniew Formella, Sacerdote Salesiano, oltre ad occupare la cattedra di Psicologia dell’Educazione all’Università Pontificia Salesiana di Roma, è un grande esperto dei social network.

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