Europa ed economia: il pensiero delle Chiese cristiane

Incontro venerdì 14 dicembre a Bruxelles dei rappresentanti delle Chiese cristiane europee per delineare in tempo di crisi una proposta “economica” credibile e risolutiva, sulla scia di quanto tracciato nel Trattato di Lisbona a proposito di una “economia sociale di mercato”. L’incontro è promosso dalla Commissione europea, dalla Commissione Chiesa e società della Conferenza delle Chiese europee (Kek) e dalla Comece, la Commissione che riunisce le Conferenze episcopali della Comunità europea. “Sono la crisi attuale nell’euro-zona e le debolezze e ineguaglianze strutturali in seno all’Unione europa a intensificare l’urgenza di questo dibattitto”, scrivono in un comunicato Comece e Kek. Al seminario interverrà anche il vescovo di Piacenza-Bobbio, mons. Gianni Ambrosio, vice-presidente della Comece. Maria Chiara Biagioni, per Sir Europa, lo ha intervistato.

Sembra che l’Europa abbia tradito i suoi ideali di giustizia e solidarietà. Perché?

Le cause sono molte e i rischi della semplificazione sono seri. Parto dal fatto, spesso dimenticato, che la crisi economica e finanziaria non è sola europea, ma di tutte le economie avanzate. Certo, il cosiddetto debito sovrano ha il suo epicentro in Europa, ma il problema è globale e coinvolge tutti, facendo venir meno quella fiducia di cui l’economia ha bisogno. Il secondo fatto, da non dimenticare, è la gravità della crisi che viviamo da quattro anni: è la più grave dalla seconda guerra mondiale. Però ricordiamo che dalla creazione della moneta unica europea sono stati creati 14 milioni di posti di lavoro nella zona euro, mentre nello stesso periodo negli Usa ne sono stati creati solo 8 milioni. Teniamo anche presente che sono i governi nazionali a gestire la politica economica, fiscale e di bilancio: la responsabilità di certe situazioni non è dell’Ue. Mentre la politica monetaria è sovra-nazionalizzata, la politica economica è decisa a livello nazionale, secondo alcuni precisi parametri stabiliti dalla politica monetaria e approvati da tutti i Paesi membri. Ciò rende difficile la concertazione e la collaborazione, in quanto manca un progetto politico-economico. Ma non si deve cadere in visioni limitate, come quando si afferma che vi sarebbero soluzioni locali a problemi che sono globali. Il populismo anti-europeo è pericoloso, oltre che miope: molti ‘poteri’ eccedono non solo la cornice di Stato-nazione, ma la stessa cornice dell’Ue. Infine, al di là delle diverse motivazioni politiche ed economiche, si deve riconoscere che una certa mancanza di passione europea ha causato rallentamenti, un certo illanguidirsi del senso della missione europea, dopo la tragedia di due guerre mondiali, ha creato molta incertezza.

Quale la “proposta” economica delle Chiese per l’Europa di oggi?

La Chiesa non ha una sua proposta economica in senso tecnico. L’Ue si è posta l’obiettivo di essere ‘un’economia sociale di mercato fortemente competitiva’. La Comece è intervenuta con una Dichiarazione intitolata ‘Una comunità europea di solidarietà e di responsabilità’ per contribuire al dibattito sugli obiettivi dell’idea stessa di Europa, che non può limitarsi alla crescita economica e ai bilanci in pareggio. Si tratta di favorire una visione sociale e politica che sappia affermare e coniugare ‘il principio della libertà del mercato e lo strumento di un’economia competitiva al principio di solidarietà e ai meccanismi della giustizia sociale’ (Dichiarazione, n. 1), cioè con una protezione sociale ampia garantita dallo Stato. È un orizzonte di grande importanza per l’Europa, ma a questo orizzonte occorre dare concretezza e sostanza.

Quanto è ascoltata la voce delle Chiese dai leader di governo e della finanza?

È difficile sapere quanto la voce della Chiesa venga ascoltata: certamente vi è attenzione dei leader di governo e anche delle Commissioni, mentre gli attori finanziari sono più sfuggenti, più lontani, più sordi. Senza entrare nel merito della tensione tra Germania e Grecia, è doveroso affermare che una delle cause principali della crisi del debito sovrano nella zona euro è da ricercare nel fatto che alcuni governi nazionali hanno condotto una dissennata politica economica e di bilancio, per nulla corrispondente agli obiettivi della politica monetaria. Ciò ha creato enormi deficit di bilancio ed elevati livelli d’indebitamento. I governi nazionali avrebbero dovuto essere più virtuosi, più seri, più lungimiranti. Ora la questione è come porre rimedio a queste situazioni difficili, in tempi abbastanza rapidi ma senza intaccare la coesione sociale, con spirito di solidarietà e con senso di responsabilità per un futuro comune.

L’Unione Europa è stata insignita quest’anno del premio Nobel per la pace. Un premio per quanto ha realizzato o un augurio affinché si faccia meglio e di più?

È un riconoscimento significativo per il cammino compiuto a favore della pace e della riconciliazione dopo la seconda guerra mondiale: grazie all’ideale comunitario dei padri fondatori, l’Europa ha garantito pace e stabilità al suo interno e ha favorito la pace nelle relazioni con altri Paesi. Speriamo che questo premio possa dare vigore a ciò che resta da compiere, non solo a livello economico e politico, ma anche – e soprattutto – in riferimento al progetto originario dei padri fondatori. Si potrebbe dire che, curiosamente, il premio Nobel vuole invitare l’Ue a riscoprire le sue radici e i suoi valori. Riprendendo le parole del presidente della Comece, il cardinale Reinhard Marx, il Nobel è un ‘segnale chiaro che conferma come l’Europa, secondo le parole di Jean Monnet, può essere un contributo a un mondo migliore’. Per questo mondo migliore devono lavorare con impegno tutti i cittadini europei e, in particolare, i cristiani e la Chiesa tutta.

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