Eucaristia e sofferenza / 3

Dall’Enciclica Deus Caritas Est (2005) n.31. Secondo il modello offerto dalla parabola del buon Samaritano, la carità cristiana è dapprima semplicemente la risposta di ciò che, in una determinata situazione, costituisce la necessità immediata: gli affamati devono essere saziati, i nudi vestiti, i malati curati i vista della guarigione, i carcerati visitati, i poveri aiutati. Per quanto riguarda il servizio che le persone svolgono per i sofferenti, occorre innanzitutto la competenza professionale: i soccorritori devono essere formati in modo da saper fare la cosa giusta nel modo giusto, assumendo poi l’impegno del proseguimento della cura. La competenza professionale è una prima fondamentale necessità, ma da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di Umanità. Hanno bisogno dell’attenzione del cuore … Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori è necessaria anche, e soprattutto, la formazione del cuore: occorre condurli a quell’incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro, così che per loro amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall’esterno, ma una conseguenza derivante della loro fede che diventa operante nell’amore.

Il programma del cristiano – il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù – è un cuore che vede. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente.

Dall’Enciclica Spe Salvi (2007) n. 36: «Si, dobbiamo fare di tutto per superare la sofferenza, ma eliminarla di tutto non sta nelle nostre possibilità. Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo Eucarestia, che ha sofferto con infinito amore».

La natura del’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e con il sofferente: Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana: la società, però, non può accettare i sofferenti nella loro sofferenza, se i singoli non sono essi stessi capaci di ciò e, d’altra parte, il singolo non può accettare la sofferenza dell’altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza. Accettare l’altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche la mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c’è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dall’amore di Gesù Eucarestia.

L’uomo ha per Dio un valore così grande da essersi Egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l’uomo, in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato dal racconto della Passione di Gesù. Da lì in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; da lì si diffonde in ogni sofferenza la con-solatio, la consolazione dell’amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza.

E se Cristo da tutto se stesso, ogni giorno, anche noi, siamo chiamati ad un tale dono. Anche noi, rendiamo grazie a Dio, per il suo Amore amando e donando a nostra volta per il regno di Dio. Così almeno dovrebbe essere!

Rispondi