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Esce per Funambolo “Gaijin”, storia di viaggio, poesia e disincanto

Pubblicato per Funambolo "Gaijin" di Maximiliano Matayoshi, primo libro della nuova collana Vertigo che la casa editrice reatina dedica alla narrativa contemporanea

Il 10 luglio scorso, per Funambolo Edizioni, è stato pubblicato Gaijin di Maximiliano Matayoshi, primo libro della nuova collana Vertigo che la casa editrice reatina dedica alla narrativa contemporanea.

In un piccolo villaggio del Giappone, l’undicenne Kitaro si trova alle prese con le conseguenze della seconda guerra mondiale appena conclusa.

Diffida di chiunque e si adatta ad un mondo difficile. E deve adattarsi alla svelta perché si troverà ad affrontare da solo il lungo viaggio in nave fino a Buenos Aires.

Gaijin” è un termine giapponese che, con una certa dose di disprezzo, indica lo straniero. Gli americani sono i gaijin per eccellenza, ma saranno molti gli stranieri con cui Kitaro dovrà avere a che fare, a partire dagli odiati viaggiatori cinesi della prima classe. Kitaroè un migrante che affronta un contesto eccezionale come quello del secondo dopoguerra e ci regala una diversa prospettiva sulla migrazione, molto utile per non cadere negli attuali stereotipi.

Un romanzo vasto pur non essendo un romanzo lungo. In poco più di 250 pagine ci troviamo infatti davanti ad una sconfinata estensione geografica che spazia su tre Continenti e a un’incredibile varietà di oggetti, stili di vita e atmosfere diverse. Tutto visto attraverso quel microcosmo che è l’adolescenza. Il segreto di una tale densità narrativa e descrittiva è lo stile asciutto e lineare dell’autore, il così detto stile nikkei. Un linguaggio che mostra la complessità del mondo senza perdere in semplicità e scorrevolezza alla lettura.

Sempre attraverso il velo invisibile dello stile, scorre il fiume carsico che attraversa il testo: l’incanto. Istanti onirici, apparizioni e rievocazioni, lampi d’ingenuità e vere immagini poetiche «il treno navigava fra le onde».

Leggendo ci si può abbandonare e, come il protagonista, lasciarsi «cadere in avanti per far sì che fosse l’aria a sostenerci. Come un aquilone».

Vertigo, oltre che nome della collana a cui appartiene, può essere un termine chiave per l’interpretazione del romanzo in un duplice senso. Come “vortice” della storia che trascina un’umanità indifesa e come “vertigine” dell’individuo sporto sull’abisso dello straniamento. Kitaro diventa gaijin a se stesso, in un mondo in cui «niente era reale. O almeno nulla sembrava reale per un ragazzino giapponese capace solamente di stirare e costruire scatole di cartone».

Il testo è certamente un romanzo di formazione, ma anche un’odissea neorealista e al tempo stesso una sorta di “telemachia inconsapevole”. Un Telemaco del novecento che invece del padre è alla ricerca di nuove certezze, seppur guidato dal ricordo delle sue origini. Anche se è solo e a migliaia di chilometri da casa, basta chiudere gli occhi e «con il vento e il sole sul viso, ero nella mia isola, in una spiaggia, sopra una roccia, felice».

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