Musica

Ermal Meta: «Niente canzoni-denuncia, ora porto a Sanremo una ballad d’amore»

Il cantautore torna al Festival da ex vincitore, svela il nuovo album “Tribù urbana” e confessa: «Per la serata delle cover ho scelto “Caruso” di Dalla, ma poi mi sono accorto del 50° di “4/3/1943»

Sanremo ed Ermal Meta, un sodalizio lunghissimo. Iniziato tra i Giovani con i suoi vecchi gruppi, gli Ameba 4 e La Fame di Camilla, continuato come autore per altri e culminato in due podii. Da solo con Vietato morire (terzo posto e Premio della critica “Mia Martini”) e in coppia con Fabrizio Moro: primi, tre anni fa, con Non mi avete fatto niente. Sanremo è una regola, un’esigenza, ancor più ora, dopo un anno di lontananza da qualsiasi palcoscenico, dal live, dall’incontro con il pubblico. Così rieccolo, in questa 71esima edizione, la più strana e drammatica, possibilmente unica, quella del Covid che tinge la città dei fiori di arancione rinforzato tendente al rosso.

Ci arriva con un brano d’amore, Ermal. Stavolta nessuna denuncia sociale in Un milione di cose da dirti che farà parte del nuovo intenso album Tribù urbana che, anticipato dal primo singolo Satisfaction, uscirà il prossimo 12 marzo per l’etichetta Mescal, distribuito da Sony Music. «Andare al Festival dopo essere stato sul gradino più alto – dice il cantautore albanese naturalizzato italiano, arrivato nel Belpaese all’età di 13 anni insieme alla madre violinista, il fratello e la sorella – potrebbe far pensare che vada chissà con quali aspettative. Invece vado perché in questo momento il palco dell’Ariston è l’unico palco attivo e c’è tanta voglia di tornare a esibirsi dal vivo».

Un palco che si troverà però di fronte una platea vuota. «Sarà strano, perché il pubblico all’Ariston è sempre molto appassionato – dice Meta ¬ ma non penso tanto a noi cantanti, perché noi stiamo sul palco il tempo di una canzone e poi andiamo via. Penso semmai che sarà molto impegnativo per Amadeus e Fiorello a cui va tutta la mia ammirazione per questo Festival complicato, che segna comunque una ripartenza importante».

Una ripartenza significativa anche per lo stesso Ermal, finalmente visibile dopo un’assenza condivisa e compatita insieme ai colleghi. Un tema, quello della “presenza” e della “visibilità”, urgente e affrontato nel nuovo album con una delle sue più toccanti canzoni, Gli invisibili, nata da un incontro con un homeless in America. «Ho pensato fosse una bella storia, che nessuno avrebbe mai ascoltato. Tutti siamo stati invisibili almeno una volta nella vita. Anche io mi sono sentito così a lungo, come quando scrivevo canzoni per altri. Era naturale che venisse chiesto a chi interpretava il brano di spiegarlo, ma ero stato io a scriverlo e sarei stato io la persona più adatta a raccontarlo. Così a un certo punto ho deciso di porre fine a quella mia invisibilità e ho detto basta, decidendo così di cantare io stesso le mie canzoni ed è è stata la spinta a cominciare il mio percorso da solista»

Ma per Ermal Meta gli “invisibili” sono soprattutto le persone che svolgono umilmente, in silenzio, con costanza e pazienza il proprio quotidiano lavoro. Lontano da qualsiasi riflettore e da una qualsiasi notorietà.. «Il mondo può essere salvato da tutte le persone di buona volontà, grazie all’effetto domino della gentilezza» dice il cantautore. Ed ecco così affiorare la sua naturale propensione alle tematiche psico-sociologiche e sentimentali con la storia intitolata Nina e Sara, che racconta l’amore tra due adolescenti e trae spunto da una esperienza direttamente vissuta molti anni fa da lui stesso.

«Per parlare di quanto possiamo ancora essere nel Medioevo per quanto riguarda la libertà individuale – dice l’artista – ho scritto questa canzone che nasce da una vicenda personale, della mia fidanzatina dei 16 anni che con me sembrava sempre un’anima in pena fino a quando non ha ammesso a se stessa che le piacevano le ragazze. La società non le aveva dato gli strumenti per capire che quello che lei provava non era condannabile a priori e quindi sbagliato. La strada da percorrere è ancora lunga e si torna sul discorso della paura per ciò che non si conosce. Io stesso, andato via dalla mia terra a 13 anni, sono testimonianza che l’apertura verso l’altro è fondamentale».

Tra i brani più luminosi dell’album (il cui titolo vuole sottolineare la natura degli essere umani a voler vivere in condivisione, come appunto in una «tribù che da primordiale è oggi diventata urbana e metropolitana») spicca la poetica Stelle Cadenti, che è stata più di una tentazione per Meta in prospettiva Festival. «Ma poi Un milione di cose da dirti era più adatta al mio percorso: non sono mai andato con una ballad e non mi sento un pesce fuor d’acqua a portare una canzone d’amore. Un brano d’amore verticale, essenziale e a presa lenta, perché è come una semiretta che inizia e non sai dove va a finire. Non voglio essere quello che ogni volta porta per forza un messaggio sociale».

Ciò che manca nel disco sono invece le collaborazioni: «In questo periodo i featuring abbondano, ce ne sono troppi e spesso anche scollegati. Io ho invece lavorato in questo disco con la voglia di libertà. L’ho scritto sperimentando suoni diversi, e mai come questa volta il verbo ‘play’ si addice a questo album, immaginando di essere in platea, dalla parte del pubblico che va ai concerti, con la voglia di cantare a squarciagola».

A squarciagola sarà forse chiamato a cantare nella sera dei duetti e delle cover, avendo scelto come brano l’impervia Caruso di Lucio Dalla. Ma intanto Ermal spiega il perché di una scommessa così coraggiosa, oltre che di una scelta che finisce con l’escludere un’altra canzone dalliana che la sera di giovedì 4 marzo sarebbe stata quasi obbligata. «Ho scelto Caruso perché tutti mi hanno sconsigliato di farla: sono fatto così, vado controcorrente e preferisco misurarmi con i miei limiti. Ho voluto mettermi i guanti di velluto e cercare di toccare qualcosa che dovrebbe essere intoccabile. Ho chiesto a Diego Calvetti, che dirigerà la Napoli Mandolin Orchestra con soltanto quattro dei dodici elementi per motivi di regolamento Covid, di fare un arrangiamento all’altezza della canzone. E gli ho chiesto appunto di farla con dei mandolini napoletani per portare l’atmosfera del golfo sul palco dell’Ariston».

E come mai non 4/3/1943 proprio nella serata del 4 marzo, oltretutto a 50 anni esatti dalla cosiddetta vittoria morale al Festival del 1971 con quel rivoluzionario e coraggioso testo di Paola Pallottino? “La verità è che non avevo fatto il calcolo delle date e che questa coincidenza me l’ha segnalata la mia fidanzata solo una settimana fa. Ma il mio omaggio a Dalla è partito proprio dal desiderio di cantare Caruso», ammette. Ci penseranno forse Amadeus e Fiorello a trovare il modo di celebrare debitamente quella celeberrima canzone nella sera dei miracoli musicali sanremesi.

da avvenire.it

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