È il “villaggio dell’essere” il vero “villaggio globale”

Si è concluso l’8 e il 9 maggio, con una mostra sotto gli archi del vescovado il progetto “Villaggio dell’Essere” promosso dalla diocesi nelle scuole.

Nel 1962 uno studioso delle comunicazioni di massa, il canadese Marshall McLuhan, espose in un suo libro, “La galassia Gutenberg”, il concetto di “villaggio globale”, divenuto poi, una delle espressioni caratterizzanti l’attuale modernità. Cosa si intende con questa espressione che sembra a tutti gli effetti un ossimoro, dato che lega la globalità ad una realtà piccola come il villaggio.

Essa fa riferimento ad un mondo piccolo, proprio delle dimensioni di un villaggio, all’interno del quale le distanze fisiche, culturali, le tradizioni, gli stili di vita, vanno gradualmente annullandosi. Da quel momento l’espressione “villaggio globale” è stata sempre più utilizzata per descrivere il nostro mondo, che da gigantesco globo si è pian piano ridotto ad essere un villaggio facilmente esplorabile. I mezzi di comunicazione, i social network, hanno, è ovvio, contribuito grandemente a rendere sempre più piccolo il nostro pianeta, fino a generare mode e stili di vita che hanno colonizzato quasi ogni abitante della terra.

La metafora di “villaggio globale” si sviluppa allora in seno ad una era, definita elettrica, nella quale è la tecnologia a farla da padrone. Una “religione della tecnologia” che persegue i “dogmi” della velocità e della uniformità. Materialismo ed individualismo sono i suoi frutti, insieme ad una cultura dell’apparire e del sembrare che gradualmente ha spersonalizzato gli esseri umani derubandoli della loro unicità. Il “villaggio globale” ha ridotto sì le distanze ma ha reso al tempo stesso tutti più anonimi ed identici.

In questi giorni però a Rieti, grazie alla collaborazione delle scuole con l’Ufficio Scuola della Diocesi, giungono a termine i lavori che hanno visto come protagonisti moltissimi bambini e ragazzi con i loro insegnanti, i quali hanno aderito a far parte di un altro villaggio, quello dell’essere. Il “villaggio dell’essere”, infatti, è stata la provocazione lanciata nelle scuole per cercare di far riflettere gli alunni intorno a delle tematiche molto importanti che riguardano l’essere stesso di ogni individuo, con i suoi valori storici, culturali, spirituali ed ambientali.

All’uomo come fascio di percezioni, in balìa del proprio sentire e schiavo delle sue passioni si è così voluto contrapporre «l’uomo che è», l’essere della persona, quel qualcosa che rimane invariato nonostante il cambiare di quegli accidenti ed attributi che la persona possiede. La persona, prima di sembrare qualcuno, è. In un mondo dalle distanze così ravvicinate tanto da essere sufficiente un semplice clic per spostare dei capitali economici da una parte all’altra del pianeta, è di fondamentale importanza che venga salvaguardato questo “è”.

I giovani, i ragazzi e i bambini, lavorando in gruppo e confrontandosi tra di loro, hanno potuto apprendere che non vi è essere senza relazione e di come questo essere sia ciò che permane anche con il mutare degli attributi che quella cosa ha. In questo modo una persona rimane tale aldilà del colore della sua pelle, della lingua che parla, del lavoro che fa, dell’essere alto o basso, malato o sano. «La persona umana è» a prescindere da ogni altra cosa ed il suo essere è immutabile, non può essere oggetto di mutamento, nemmeno di matrice sessuale. «La persona umana è» a prescindere dalla sua volontà, «la persona umana è» di un essere che le è assolutamente donato!
L’8 ed il 9 maggio assisteremo allora, grazie agli alunni delle scuole reatine, alla celebrazione del primato dell’essere sull’apparire, in un’epoca in cui i nostri ragazzi hanno immensamente bisogno di certezze, di sicurezze, di verità, le quali non possono essere affidate alla balìa dei sentimenti o di entusiasmi ed emozioni che velocemente si accendono e altrettanto velocemente si spengono.

L’essere, non l’apparire, è la sfida che la Diocesi di Rieti, attraverso gli insegnanti di ogni ordine e grado, ha voluto lanciare ai ragazzi delle scuole. Per far riscoprire loro le origini e le tradizioni della loro cultura. È l’essere, ossia ciò che accomuna ogni persona, infatti a dover rendere il nostro mondo un “villaggio” e non i vari interessi economici e tecnologici, che stanno minando le relazioni tra le diverse culture e i molteplici popoli che abitano il nostro pianeta. Puntare sull’essere per riprendere l’adagio delfico “Conosci te stesso” e poter entrare nell’interiorità di un essere umano che non ha voglia di venire sballottato qua e là dai venti che si agitano in superficie e che lo vorrebbero condurre alle derive del relativismo e del nichilismo.

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