Il problema della manutenzione del patrimonio pubblico

Dopo la tragedia di Genova sale l’attenzione sulle infrastrutture

La tragedia del crollo del ponte Morandi a Genova ha sollevato un notevole dibattito sullo stato di salute delle infrastrutture, anche sul piano locale

La tragedia del crollo del ponte Morandi a Genova ha sollevato un notevole dibattito sullo stato di salute delle infrastrutture, anche sul piano locale. Di fronte ai morti del 14 agosto, anche i segni del tempo e dell’usura sul ponte Giovanni XXIII a Rieti, notate da tempo e da tanti, assumono un nuovo sapore e alimentano qualche preoccupazione. E non solo: il pensiero va al viadotto che da Morro Porta a Leonessa, a quelli della superstrada che attraversa il Cicolano, alle strade che portano verso i luoghi del sisma del 2016.

Il grido di allarme delle Province italiane

Non solo tra la popolazione: anche a livello istituzionale c’è chi coglie l’occasione per sollevare nuovamente con forza il problema delle manutenzioni. E anche in misura più generale. Come il Presidente dell’Unione delle Province, Achille Variati, che ricorda come questi enti gestiscano «130 mila chilometri di strade e almeno 30.000 tra ponti, viadotti e gallerie», sui quali, a causa dei «tagli indiscriminati della manovra economica del 2015, è diventato impossibile programmare la manutenzione, che è determinate per garantire la sicurezza».

«I tecnici delle Province ormai sono costretti ad effettuare i controlli “a vista” – denuncia Variati – e quando il pericolo è evidente, l’unica possibilità che abbiamo è di chiudere tratti di strada». Sono oltre 5.000 chilometri di strade, compresi ponti e viadotti, chiusi per frane, smottamenti o perché insicuri, e su oltre il 50% della rete viaria il limite di velocità è fissato tra i 30 e 50 chilometri orari.

«Una situazione di emergenza tale – spiegano dall’Upi – che lo scorso anno tutti i Presidenti delle Province si sono sentiti costretti a depositare esposti alle procure nel quale abbiamo dettagliato la condizione di crisi sui territori e i rischi per la sicurezza dei cittadini».

Pirozzi: «il nostro Paese non è abituato a fare prevenzione»

«Ma la prevenzione è un lavoro che il nostro Paese non è abituato a fare», dice da parte sua il consigliere regionale Sergio Pirozzi, che prende a esempio il rapporto Ispra pubblicato il mese scorso sul dissesto idrogeologico: «in molte regioni, tra cui il Lazio, l’ultimo aggiornamento è del 2007». Lo stesso – aggiunge l’ex sindaco di Amatrice, si può dire del rischio sismico: «nel Lazio, dove l’ultima legge sulla prevenzione risale al 1985, abbiamo realizzato un progetto di legge che fra le altre cose prevede mappe aggiornate, convenzioni con le università per la progettazione, interventi di adeguamento sismico».

E mentre Pirozzi annuncia la richiesta alla Regione Lazio del rapporto sul monitoraggio dei ponti e delle concessioni nella nostra regione, «sempre che ce ne sia uno aggiornato agli ultimi 10 anni», Variati ricorda che di aver chiesto un incontro al Ministro Toninelli, «per fare il punto della situazione e ribadire l’urgenza di un fondo nazionale che consenta di mettere in sicurezza le strade provinciali, il reticolo che tiene insieme il Paese».

Sbloccare gli investimenti e snellire la burocrazia

«L’emergenza – aggiunge Variati – non è solo sbloccare fondi per gli investimenti, ma garantire le risorse per i controlli, per le verifiche statiche, per la manutenzione ordinaria indispensabile per la sicurezza, soprattutto per i manufatti in cemento armato costruiti negli anni ‘60 e ‘70».

«Servono procedure rapide e risorse dirette», conclude il presidente Upi: «il Paese non può aspettare tre anni perché un cantiere si apra, che è il tempo medio che si perde in passaggi burocratici dall’emanazione dei bandi all’avvio delle opere. Lo diciamo da tre anni: il patrimonio italiano senza manutenzione si sta riducendo in macerie».

Occorre, insomma, una decisa inversione di tendenza. Perché, come spiegava Antonio Polito in un editoriale sul «Corriere della Sera» di qualche giorno fa, «L’Italia è un Paese costruito negli anni 60, abbandonato dagli anni 90, che ha cominciato a venir giù da dieci anni».

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