Don Domenico alle Acli: «un’intima indignazione per la crisi vuol dire che ci siamo dentro»

«Occorre muoversi verso l’altro e non stare a discettare su chi sia il prossimo». Di fronte all’assemblea provinciale delle Acli di Rieti il vescovo Domenico ha preso le mosse dalla parabola del buon samaritano per suggerire lo spazio entro cui l’associazione cristiana dei lavoratori può svolgere la sua missione.

Mons. Pompili ha paragonato il malcapitato derubato, percosso e lasciato mezzo morto dell’episodio evangelico «con le migliaia di disoccupati o con gli stessi occupati del nostro territorio». Lavoratori il cui stato di vita «ha subito obiettivamente in questi ultimi anni spoliazioni di vario genere e percosse continue», al punto che «sembra di essere quasi alla fine del lavoro».

La risposta delle Acli, in questa situazione, non può che essere quella che ha trovato forma nelle azioni del samaritano: «gli passò vicino; ne ebbe compassione; s’accostò; fasciò le ferite; lo condusse ad una locanda; tirò fuori due denari e li diede al locandiere».

Se tradotte in un programma, chiamano le Acli «all’ascolto delle persone e alla proposta di concreti e necessari servizi». Un programma che il vescovo ha proposto in tre obiettivi di medio e lungo periodo:

«Il primo è quello avvicinarsi con attenzione a ciò che accade»

Solo se cresce in noi un’intima indignazione per la crisi in atto vuol dire che ci siamo dentro. Le Acli devono tenere desta l’attenzione per un lavoro che cambia pelle continuamente e che mette a soqquadro le certezze di sempre. I processi sono complessi e pure semplici. Siamo dentro una grande trasformazione che è l’effetto di un tornado che si chiama globalizzazione che ha ridisegnato il mercato del lavoro. Non possiamo replicare modelli passati, ma non possiamo svendere le certezze fin qui acquisite in termini di tutela del lavoro. Più conoscenza equivale a padroneggiare la situazione senza rincorrere modelli astratti, ma anche senza perdersi dietro dettagli insignificanti.

«Il secondo è fare qualcosa»

Fasciare le ferite significa garantire più e meglio i servizi che hanno reso popolari le Acli. Condurre alla locanda e tirar fuori due denari vuol dire metterci qualcosa di proprio. Non basta la professionalità. Si richiede una dedizione che vi metta al riparo dall’essere solo degli amministratori dei guai altrui.

Puntare su giovani, donne e immigrati

Infine, ed è la cosa più necessaria, occorre fare delle scelte nelle direzioni più promettenti che a mio parere sono i giovani, le donne, gli immigrati. Potrebbero sembrare le categorie più svantaggiate e lo sono. Ma esse rappresentano anche il contesto più vivace e capace di affrontare il futuro incerto. I giovani sanno intuire meglio dove si va, le donne hanno in dote fantasia e determinazione oggi basilari per affrontare un tempo in cui tutto va reinventato, gli immigrati sono l’energia e la forza che può far risalire la china del nostro inverno demografico e della nostra apatia generazionale.

Di qui l’augurio di don Domenico affinché il rinnovo delle cariche porti a un rilancio della missione dell’associazione, «oggi resa ancora più urgente da un mondo in cui il lavoro rischia di finire se non c’è qualcuno che se ne fa carico, come quel samaritano sulla strada che da Gerusalemme sprofonda verso Gerico».

Rispondi