Don Domenico ai giovani: «Dio si sperimenta nella nostra umanità»

«Dio nessuno lo ha mai visto». Nella Messa celebrata domenica 3 gennaio a Greccio, durante il Meeting dei Giovani, il ragionamento del vescovo Domenico ha preso le mosse dalla conclusione apparentemente sconsolata del celebre prologo dell’evangelista Giovanni, ma ricordando da subito che proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, ce lo ha rivelato.

Quello di Giovanni è un testo astratto, che non concede nulla all’immaginazione, è lontano . «Con buona pace di San Francesco» non ci sono il bambinello, Maria e Giuseppe, l’asino e il bue: il Prologo non concede nulla alla fantasia, ma si propone come una «pura sfida al nostro pensiero».

Lontano da «certe immagini zuccherose e dolcificanti», Giovanni «ci aiuta a riscoprire il senso recondito del Natale», a capire come Dio si è voluto manifestare, ci conduce «finalmente dentro a quella che è la sua immagine autentica».

Una dimensione comprensibile se ci si sofferma sulla parola posta all’inizio: «in principio era il verbo». Allude ad «un senso che ci precede», al nostro essere «l’effetto, non la causa».

«Potrebbe sembrare un po’ cervellotico – ha spiegato il vescovo – in realtà il testo di Giovanni ha una capacità di cambiare il nostro sguardo sulla vita in modo decisivo. Perché in realtà se ci manca questa percezione noi rischiamo di essere fatalmente inghiottiti dall’idea che la vita è un caso, quando non un caos privo di un significato. “In principio era il verbo” sta a dirci invece che un senso c’è, che bisogna evidentemente cercare questo senso che è Dio».

Senza il senso – c’è arrivato perfino Vasco Rossi, in una sua celebre canzone sul ciglio dei cinquant’anni – non si va da nessuna parte e perfino la scienza in fondo nasce dal presupposto che tutto abbia un senso: quali ipotesi potrebbero essere formulate se non c’è un senso da ritrovare attraverso infaticabili sperimentazioni?

Vale dunque la pena di rimettersi «sulle tracce di Dio», perché «diversamente siamo preda della fortuna o della sfortuna, del caos cieco, della dea bendata». Ma c’è un secondo passaggio cruciale dell’intenso testo di Giovanni sottolineato da mons. Pompili: «e il verbo si fece carne».

Non si fece uomo, si fece carne. Noi potremmo farci molte domande attorno a questa espressione, che nel vocabolario cristiano è qualcosa di familiare, da tenere sempre con sé. Ci potremmo chiedere perché si è fatto carne proprio 2000 anni fa, in questo sperduto contesto che nella geografia politica del tempo non significava assolutamente nulla, e perché si è fatto carne in un maschio e non in una donna. Tutte domande che potrebbero avere una risposta, ma è più importante cogliere che si è fatto carne, cioè è entrato definitivamente dentro la nostra condizione umana: conosce i nostri sentimenti, ha percepito le nostre emozioni, ha provato le notre paure, sa, insomma, di che pasta siamo fatti.

Un’apertura decisiva per la nostra fede perché «Dio non è più un dirimpettaio, uno che sta chissà dove. Non è neanche legato a degli uomini particolarmente geniali, e nemmeno al libro meraviglioso della natura che pure è uno spartito da decifrare continuamente». Facendosi carne «Dio è entrato nella nostra sfera e perciò è divento accessibile. Direi che l’unica possibilità che abbiamo per sperimentare Dio è proprio la nostra umanità. È questa la strada che dobbiamo continuamente ripercorrere senza mai allontanarci da essa».

L’ultimo spunto dal Prologo di Giovanni commentato dal Vescovo fa riferimento al fatto che di fronte a questa luce, a Dio che addirittura diventa carne, accade di dividersi: «improvvisamente, mentre ci sentivamo tutti avvolti da questa comune desiderio di cercare Dio e di rinvenirlo nell’umanità, accade che possa esserci il rifiuto».

Può accadere che la luce venga respinta, esattamente come certe volte al mattino dalle tapparelle delle nostre finestre entra la luce e noi ci giriamo nervosamente dall’altra parte. Può accadere che la luce venga rifiutata. E allora ci è chiesto assumere più consapevolezza del fatto che in questo consiste la fede. La fede sta nella capacità di aprirci o di chiuderci a questa luce. Di stropicciarci e aprirci, arrenderci, oppure invece di richiuderli girandoci dall’altra parte. Questo è legato alla vita e alla libertà di ognuno di noi.

«Il senso – ha concluso don Domenico – non si impone, si propone. Il senso va cercato nella nostra umanità, ma non è garantito in automatico, perché lascia che siamo noi ad aprire la porta».

Foto di Massimo Renzi.

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