La diocesi e i terremoti: una storia di ricostruzioni

Prende lentamente avvio nell’area colpita dai terremoti che si susseguono incessanti il delicato lavoro di messa in sicurezza dei beni architettonici, parte integrante di quella identità che i cittadini vogliono salvaguardare ad ogni costo impegnandosi a presidiare quanto rimane delle loro case, ad onta delle insidie dell’inverno inclemente.

Alle mille crepe di agosto a cui non è seguita un’immediata opera di messa in sicurezza si sono aggiunti i crolli e le macerie che stravolgono il panorama ordinato di questo antico lembo dell’Italia appenninica, popolato di tanti piccoli borghi montani sospesi ai confini tra le Marche, l’Abruzzo, l’Umbria ed il Lazio, ciascuno con la propria chiesa parrocchiale costruita in pietra locale, il tetto a spioventi, il piccolo campanile a vela, il sagrato che sconfina nella piazza, le case con i loggiati, sicuro rifugio dalle nevi invernali, accogliente riparo nelle dolci serate estive che era così bello trascorrere insieme ai compaesani, agli amici di sempre quando, specie in agosto, l’altopiano si ripopolava di tutti coloro che nel corso degli anni avevano cercato altrove la loro fortuna, custodendo nel cuore l’amore per Accumoli, per Arquata, per Amatrice con le sue innumerevoli ville.

E nel verde sconfinato di questo schietto paesaggio montano la devozione popolare disseminò nel trascorrere del tempo tanti antichi santuari, meta tradizionale di pellegrinaggio. Sono piccole pievi rurali dalle umili forme squadrate e compatte, come la Madonna delle Grazie a Capodacqua, Santa Maria di Filetta, l’Icona Passatora, Sant’Antonio Abate a Cornillo Nuovo, che all’interno delle muraglie di pietra grigia, sotto le campate dei tetti a capriate celano le policromie inattese di rustici cicli d’affreschi dalla straordinaria capacità narrativa opera non indegna di una generazione d’artisti capace di guardare al di là del confine scandito dal crinale delle montagne, di lasciarsi contaminare dalle correnti artistiche delle regioni adriatiche, da Venezia alle Marche. Se il nome più celebre è quello di Cola Filotesio dell’Amatrice, non possiamo abbandonare all’oblio il suo antesignano Dionisio Cappelli né l’attardato pittore Pier Paolo – o Palma – da Fermo, tenacemente legato ai moduli dell’arte della rinascenza, insieme ai tanti minori, umbri e romani, che lasciarono traccia della loro arte nelle chiese e nelle sagrestie di questo piccolo mondo tranquillo stravolto dal terremoto.

La storia dovrebbe insegnare, eppure a volte la memoria non si trasmette linearmente, una generazione dopo l’altra, così da affrontare a viso aperto le insidie che la terra nasconde nel suo grembo. L’area interessata dal terremoto del 24 agosto 2016 e dai successivi eventi sismici, infatti, nel corso dei secoli passati già altri terremoti capaci di effetti devastanti, documentati fin dall’età romana.

Tra questi, meritano una menzione gli eventi particolarmente tragici del 1639 e del 1703, che anche allora richiesero da parte dei sopravvissuti l’impresa di radicali interventi di ricostruzione. Nel 1639, quando le Terre Sommatine attraversate dai confini tra le Diocesi di Ascoli Piceno e di Rieti appartenevano amministrativamente al Regno di Napoli, il terremoto mieté all’incirca 500 vittime quando tra il 7 e il 14 ottobre una devastante serie di scosse sismici stravolse la vita quieta ed operosa dei montanari, che traevano a fatica di chi vivere dall’allevamento del bestiame e dalla lavorazione del latte e delle carni. All’alba del XVIII secolo, gli eventi sismici travagliarono incessantemente le terre dell’Italia centroappenninica, dal primo, gravissimo terremoto del 14 gennaio fino a concludersi durante il mese di dicembre 1703. Il terremoto più violento e devastante toccò l’intensità di 10 gradi della scala Mercalli, ma altrettanto gravi furono gli effetti dei sismi con epicentro sul Terminillo, ricorrenti incessantemente da gennaio a dicembre. La ricostruzione, pure intrapresa celermente a cominciare dalle chiese, impegnò per mezzo secolo la Curia reatina.

Già nella Relatio ad Limina del 9 aprile 1714 il vescovo reatino Bernardino Guinigi annotava che lungo la dorsale appenninica i lavori di ricostruzione erano stati intrapresi, ad onta delle gravi perdite determinate anche dall’impossibilità di recuperare gli introiti dei benefici uniti a chiese, altari e cappelle: «Verum quidem est quod maior pars Ecclesiarum largitate Fidelium, et Universitatum studio fuit reaedificata, sed non recuperati ipsarum redditus, quorum memoria simul cum libris, et Documentis (malitia potius quam casu) sepulta dicitur». Soltanto durante il lungo, operoso episcopato del vescovo Antonino Serafino Camarda, O.P. l’opera di ricostruzione poté finalmente dirsi completata, come afferma lo stesso vescovo nella Relatio ad Limina Petri del 1753: «Tempore terraemotus Anni 1703 fere omnia Templa meae Dioecesis in Provincia Aprutina existentia, solo aequata fuerunt, sed (Deo auxiliante) et me iterum hortante, iterum, inquam, majori splendore et decore sunt reaedificata, vel saltem reparata».

Se il XIX secolo può essere inteso come un periodo di latenza, labile tregua delle forze della natura, durante l’ultimo quarto del XX secolo, in tempi più vicini a noi, i terremoti della Valnerina del settembre 1979 e del settembre 1997 causarono danni ingenti al patrimonio architettonico diocesano. Tra la fine del XX e la prima decade del XXI secolo, dopo i terremoti della Valnerina e dell’Aquila, oltre cento chiese del territorio della Diocesi di Rieti sono state interessate ad interventi di consolidamento e restauro. Tra queste, ben diciassette insistono nel territorio dei comuni di Accumoli ed Amatrice.
Il commissario delegato al sisma del ’97 gestì i lavori riguardanti il complesso parrocchiale dei Santi Pietro e Lorenzo di Accumoli, il complesso parrocchiale di Sant’Agata a Grisciano, le chiese di Santa Maria Liberatrice e del Purgatorio ad Amatrice, la chiesa della Madonna di Loreto a Rio, il complesso di San Michele Arcangelo ai Casali della Meta, la chiesa del Rosario a Domo, il complesso parrocchiale di San Silvestro a Pasciano, il complesso parrocchiale di Patarico, il complesso parrocchiale di Santa Maria del Popolo a Preta, il complesso parrocchiale di Roccapassa, la chiesa di San Lorenzo a Pinaco, il santuario della Madonna delle Grazie di Varoni presso Scai, le chiese di San Martino, Santa Giusta, Sant’Angelo nelle omonime ville dell’altopiano. La diocesi di Rieti intervenne direttamente in qualità di Ente Attuatore per le chiese di San Michele Arcangelo a Bagnolo di Amatrice, di San Pietro a Sommati e dell’Icona Passatora.

Oggi, non è più rinviabile la messa in sicurezza del patrimonio di un popolo così intimamente legato alla propria terra, anche quando si rivela così fragile e insidiosa per i propri figli, né ha senso subordinare ogni intervento ad altre legittime priorità, dal momento che le competenze del Mibact sono specifiche e tali da non interferire con la ricostruzione del tessuto economico e produttivo.

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