Dio della legge o Dio dell’amore?

Le riflessioni del Cardinale Francesco Coccopalmerio dopo il Sinodo straordinario sulla famiglia. Quando la distanza tra applicazione della norma e vicinanza pastorale diventa molto problematica…

Con uno stile pacato e un linguaggio semplice, ma preciso, il cardinale Francesco Coccopalmerio ha tenuto in cattedrale due conversazioni molto apprezzate e seguite.
La prima nel coro d’inverno, ove ha incontrato gli insegnanti di Religione, in un clima raccolto e cordiale. A loro ha parlato del rapporto tra la legge e l’amore, a partire da una frase pronunciata qualche tempo fa da papa Francesco, che ha affermato che “il nostro Dio non è il Dio della legge, ma il Dio dell’amore”.
Il cardinale ha compiuto la sua riflessione proprio partendo dal senso del diritto nella Chiesa e dalle funzioni che svolge il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, da quella di controllo delle norme delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo, a quella propositiva di nuove leggi per disciplinare determinati aspetti e nuovi, fino a quella di valutazione di leggi canoniche per vedere se esse abbiano ancora un senso e se rispondano effettivamente ai bisogni del popolo di Dio.
Secondo la sua prospettiva il nostro Dio è certamente un Dio dell’amore, ma la legge è una conseguenza di questo amore e deve essere concepita come un modo per attuare e rispondere a questo amore, altrimenti è un contenitore vuoto.
Dopo l’incontro con gli insegnanti il porporato si è spostato nell’aula della cattedrale per incontrare anche altri fedeli sul delicato tema della famiglia, in ragione anche delle funzioni svolte di Padre Sinodale, fino a qualche giorno prima.
Dopo una prima presentazione del Sinodo, della sua composizione, della diversa struttura tra quello straordinario e quello ordinario, il cardinale ha presentato la posizione dei Padri soprattutto sulle questioni controverse, dei sacramenti ai divorziati risposati e delle unioni delle persone omosessuali.
Dopo aver chiarito che tutti i Padri sono concordi circa la dottrina della Chiesa in tali campi e soprattutto sul matrimonio come concepito nella visione cristiana e secondo il progetto di Dio, ha sottolineato come vi siano situazioni molto particolari, ma anche molto frequenti, in cui non è facile compiere quel discernimento che porti a soluzioni pastoralmente opportune e rispettose del dato dottrinale e canonico.
Ha presentato il caso, esposto da un vescovo, di un uomo con due figli piccoli abbandonato dalla moglie; questi, dopo un certo tempo, incontra una donna che lo aiuta a crescere i figli e gli dà affetto e vicinanza. Dopo molti anni questo uomo si ammala piuttosto gravemente e in ospedale chiede la confessione con conseguente assoluzione dei peccati e di poter ricevere l’eucaristia.
In questo caso la distanza tra applicazione della norma e vicinanza pastorale diventa molto problematica: molti vescovi hanno chiesto di adottare una linea più morbida, mentre altri ritengono insuperabili le norme canoniche e il dato evangelico.
Questo anno che ci separa dal prossimo Sinodo, quello ordinario, dovrebbe servire per discutere nelle parrocchie e nelle vicarie di queste problematiche, per sensibilizzare i fedeli e approfondire proprio il rapporto tra legge e amore, tra rispetto della dottrina e soluzioni pastorali, tra l’ideale evangelico e la concretezza storica delle vicende umane.
Il futuro della Chiesa si gioca proprio su questo crinale e le soluzioni non potranno essere arbitrarie o superficiali, ma rispettose delle persone e del loro vissuto, come pure del deposito della fede, della Parola di Dio e della lunga esperienza ecclesiale.
Nel rispetto di questo deposito le norme possono essere pure cambiate e adattate al vissuto delle persone.
Ciò richiederà chiarezza nelle posizioni, conoscenza delle soluzioni che proporrà la Chiesa, ma anche una grande competenza degli operatori pastorali.
Non sarà facile e non mancheranno situazioni complesse da affrontare, ma forse si aprirà una stagione nuova e ricca di opportunità.

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