Deficit sanitario e soluzione “cinese”

Dopo il declassamento dell’ospedale Marini di Magliano Sabina, la Direzione Generale della ASL di Rieti vuole convertire i 2500 m2 della struttura rimasti inutilizzati in un “Centro per la Medicina Integrata di Alta Qualità”, dove possano essere sviluppate attività di Osteopatia, Chiropratica, Omeopatia, Omotossicologia e, soprattutto, di Medicina Tradizionale Cinese.

Partendo dal presupposto che con il progredire della globalizzazione le comunità cinesi hanno avuto ampia diffusione in tutto il paese, la Direzione Generale della ASL di Rieti sta lavorando all’idea di convertire la parte inutilizzata del “Marini” in un centro dove si possa praticare la Medicina Tradizionale Cinese.

L’operazione è condotta in ragione del fatto che l’ospedale di Magliano Sabina è prossimo all’ingresso dell’autostrada del Sole, a circa 40 minuti di automobile dal grande raccordo anulare. Secondo la ASL, tale vicinanza a Roma consentirebbe l’accesso ad un ampio bacino d’utenza, sul quale è già presente un mercato di Medicina Tradizionale Cinese.

Pur trattandosi di una sede decentrata, quindi, un eventuale Centro di Medicina Integrata potrà contare, secondo l’azienda sanitaria reatina, su una rilevante richiesta di prestazioni. L’operazione vedrebbe peraltro il coinvolgimento diretto del Governo della Repubblica Popolare Cinese nella Nuova Struttura.

Pare che la Direzione Generale della ASL ritenga che oltre ad essere una buona scelta di politica sanitaria, l’accordo con le istituzioni cinesi ed il successo dell’iniziativa possano determinare anche importanti ricadute occupazionali, rispondendo sia al fabbisogno sanitario della popolazione cinese residente a Roma, sia ai nuovi bisogni sanitari della popolazione italiana.

Nelle intenzioni della ASL di Rieti, inoltre, l’operazione non dovrebbe avere alcun costo per il bilancio regionale, poiché ogni prestazione sarebbe a carico dell’utenza.

Tuttavia pensare che il Marini (una struttura realizzata grazie ad una donazione) possa essere riconvertito in questo modo lascia un po’ sgomenti. Dopo aver impoverito l’offerta sanitaria di un presidio ospedaliero, lo si trasforma principalmente guardando al mercato, ovvero a qualcosa che, almeno per il senso comune, ha poco a che fare con la salute.

Non che la Medicina Tradizionale Cinese abbia qualcosa che non va, anzi probabilmente porta in sé ricchezze tutte da esplorare. Sarebbe però almeno il caso di capire cosa dovrebbe curare, ovvero se, al di là dell’ipotetico bacino d’utenza, la decisione di dedicarsi alle specialità cinesi sia stata accompagnata a studi che documentano quali patologie sono prevalenti nella zona e le possibili loro cause. Va bene il mercato (?), ma ci sono anche quei reali bisogni sanitari (e sociali) della popolazione che normalmente non necessitano di diversivi orientali.

Ciò detto sarebbe positivo anche valutare all’interno di quale orizzonte normativo verrebbe messa a regime la struttura. Per quanto ne sappiamo la Regione Lazio non è dotata di una legge sulla Medicina Integrata (come ad esempio la Regione Toscana), anche se il gruppo di Sinistra Ecologia e Libertà alla Regione Lazio ha presentato una proposta di legge sulla “Regolamentazione delle discipline e tecniche bionaturali e della professione dell’operatore del benessere”.

 

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