Dal vescovo Domenico tre proposte per ricostruire i fili della famiglia

«Da dove cominciare per ritessere il familiare, reagendo al declino individualista che mostra le sue faglie e chiede di essere oltrepassato al più presto?».

La domanda è quella che il vescovo Domenico ha posto in conclusione del suo intervento al convegno internazionale “La famiglia: nucleo da preservare”: «se la famiglia vuol preservare la differenza sessuale e quella generazionale (e solo la differenza genera) non può fare a meno di cimentarsi in alcune esperienze che la riattivano».

E a tal propostito mons. Pompili ha indicato tre linee guida. La prima è “vivere la famiglia nel concreto”: «Non si difende la famiglia a forza di slogan o di campagne» ha sottolineato il vescovo. «La realtà della famiglia è sempre imperfetta ed anzi proprio questa sua inadeguatezza spinge ciascuno a dare il meglio di sé. Non esiste una famiglia ideale. Come sostiene la prof. Giaccardi: “La famiglia è carne. E dunque si può ferire (e più si sta vicini, più è facile ferirsi) e anche infettare. Ma le ferite curate possono guarire. E le cicatrici, che non si cancellano, diventano memoriale di perdono, contro l’oblio e la noncuranza che ci rendono disumani».

La seconda è vivere “la famiglia non come un nido ma come un nodo”: «La famiglia non è una tana in cui rifugiarsi e magari dare origine a quel ‘familismo amorale’, di cui noi italiani non possiamo certo andare troppo fieri. Senza un’apertura oltre se stessa – ha sottolineato don Domenico – la famiglia rischia di implodere e di snaturarsi. Praticare l’ospitalità è una maniera possibile per superare quell’autoreferenzialità che spegne la generosità e la fecondità della famiglia. Ciò significa che si dà una stretta correlazione tra famiglia e società in tutte e due le direzioni. L’una sta in piedi se l’altra vive. L’una crolla se l’altra deperisce».

La terza proposta del vescovo è quella di vivere “la famiglia come una comunità narrativa”: «In un mondo che vive schiacciato solo sul presente e che misura la sua libertà solo in termini di efficienza c’è bisogno di passare dal contare al rac-contare. Che aiuta a rideclinare il presente col passato e col futuro. Senza una architettura del tempo le vite crollano. Si vive per davvero solo quando si trasmette qualcosa. In pratica, solo se si riesce a passare il testimone a qualcun altro. Raccontare è rigenerare il legame tra i tempi e le persone e immettervi una speranza che sia capace di risvegliare dall’apatia in cui giovani e gli adulti sembrano essere precipitati».

«La famiglia è una grande sfida – ha concluso il vescovo di Rieti – la sola in grado di risvegliarci. Come ha detto di recente papa Francesco. “Lo spirito porterà lieto scompiglio nelle famiglie cristiane e la città dell’uomo uscirà dalla sua depressione”».

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