Crisi cipriota ed economia da rifondare

Bruxelles, 24 marzo: Michael Sarris, ministro delle finanze di Cipro, alla riunione dell'Eurogruppo

Via libera agli aiuti Ue, ma il sistema bancario dell’isola deve cambiare. Non sarà più una sorta di isola off-shore, un paradiso fiscale nel cuore del Mediterraneo, cui sono approdati per anni e anni i capitali dei magnati russi, ma anche delle banche greche, di finanzieri della City londinese e di altre piazze europee.

Aiutare Cipro “a ricostruire la sua economia su basi nuove”. Il commissario Ue agli affari monetari, Olli Rehn, non fa mistero dei “tempi difficili” che attendono il popolo cipriota. L’accordo fra troika (Ue, Bce, Fmi) e governo di Nicosia per salvare il Paese dalla bancarotta ed evitare l’uscita dall’euro, costerà caro ai ciprioti. Ma, come ha riconosciuto il ministro delle finanze Michael Sarris, “andiamo incontro a tempi duri, eppure è il miglior accordo che potessimo fare”.

Il salvagente europeo.

Il piano di salvataggio messo nero su bianco tra il 24 e il 25 marzo, prevede uno stanziamento di fondi internazionali per 10 miliardi a fronte di un contributo proveniente dall’isola di circa 7 miliardi. Questi ultimi arriveranno da un’ampia manovra di ridefinizione del settore bancario, a partire dalla chiusura della Laiki Bank (le perdite maggiori graveranno su detentori di azioni e obbligazioni, quindi sui proprietari dei depositi oltre i 100mila euro), secondo istituto di credito dell’isola, i cui asset saranno ripartiti tra una “good bank” e una “bad bank”; a sua volta il primo istituto, la Bank of Cyprus, verrà coinvolta nell’operazione: assorbimento della “good bank” e tassazione dei depositi sopra i 100mila euro (sotto quella cifra sono garantiti dalla norme Ue), che potrebbe raggiungere anche il 30%. L’intervento preso nel suo insieme dovrebbe portare ai 7 miliardi attesi dalla troika per gettare il salvagente a Nicosia. “Ci eravamo resi conto in passato di queste difficoltà, e anche di quelle relative al bilancio del Paese, e già nel novembre 2011 la Commissione aveva proposto un programma di assistenza finanziaria”, aggiunge Rehn. Ma non se ne era fatto nulla, soprattutto perché a Cipro, ai suoi politici, alle sue banche, forse anche a suoi cittadini, l’“economia casinò” (secondo una formula coniata dal ministro francese Moscovici) stava bene così e tutti sembravano guadagnarci. Una sorta di isola off-shore, un paradiso fiscale nel cuore del Mediterraneo, cui sono approdati per anni e anni i capitali dei magnati russi (con sospetto di riciclaggio di denaro sporco), ma anche delle banche greche, di finanzieri della City londinese e di altre piazze europee.

Troppe anomalie.

Ora nelle città cipriote la gente scende in piazza, le code agli sportelli bancomat si allungano, mentre il presidente russo Putin e il premier Medvedev minacciano l’Europa di ogni possibile ritorsione… Ma quando la Commissione lanciava l’allarme, dov’erano tutti? I capitali custoditi nei forzieri ciprioti pare corrispondano (le cifre esatte mancano) a quattro o cinque volte il Prodotto interno lordo nazionale. Un terzo – e forse oltre – di tali depositi è di provenienza russa. Inoltre il debito pubblico marcia verso il 100% del Pil, rispetto a un’economia che rappresenta lo 0,2% del Pil dell’Unione. Un livello insostenibile, il quale preoccupa Bruxelles non meno della Laiki Bank. La realtà cipriota presenta poi altre anomalie: basti pensare alla forzata divisione in due dell’isola, con la parte nord orientale occupata militarmente dalla Turchia, mentre sull’altra metà la Grecia ha sempre esercitato un forte influsso politico ed economico. Non bisogna trascurare che a sud dell’isola vi sono giacimenti di gas dal valore inestimabile, il cui sfruttamento è già iniziato assegnando la concessione a potenti compagnie europee e non.

Accelerare l’Unione bancaria.

Il commissario Rehn ha anche spiegato che la Commissione “farà tutto il possibile per alleviare le conseguenze sociali di questo shock economico”. Il neo eletto presidente cipriota, Nicos Anastasiades, ha cercato di ammorbidire le pressioni europee, pur sapendo che i margini di manovra erano minimi: per rimanere nel club della moneta unica occorreva piegarsi alle disposizioni dell’Ue. Per il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, “l’intesa raggiunta pone fine alle incertezze su Cipro e sulla zona euro” e avvia “una profonda ristrutturazione del settore bancario di Cipro”. Le Borse hanno accolto positivamente l’accordo. Christine Lagarde, direttore del Fmi, ha voluto ulteriormente rassicurare i mercati parlando di una “buona intesa” che fra l’altro “limita le misure alle due banche maggiormente problematiche” e divide equamente il peso del salvataggio tra Ue e Cipro. Del resto non si poteva fare diversamente: l’Europa ha speso non meno di 350 miliardi di euro per soccorrere Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna; ora non poteva tirarsi indietro di fronte al dramma cipriota. Al Paese mediterraneo si chiede però una reale trasformazione del sistema bancario che, in definitiva, peserà sugli stessi ciprioti e, ancora una volta, sugli altri cittadini europei. Il segnale giunto da Nicosia richiama, non da ultimo, un’urgenza politica: l’Unione bancaria, alla quale si lavora – senza eccessivo impegno – da mesi, e che incontra le obiezioni dei Paesi del Nord Europa, non può essere procrastinata: se fosse già stato in funzione, il sistema di sorveglianza unico avrebbe esercitato concreti poteri di controllo, avrebbe favorito l’intervento del fondo salva-Stati senza andare a gravare sul bilancio già instabile di Cipro e avrebbe posto in sicurezza l’euro, evitando di trasmettere ancora una volta l’immagine di una moneta debole e sempre a rischio.

One thought on “Crisi cipriota ed economia da rifondare”

  1. Marco Giordani

    “La realtà cipriota presenta poi altre anomalie: basti pensare alla forzata divisione in due dell’isola, con la parte nord orientale occupata militarmente dalla Turchia”.

    Per completezza di informazione storica, va chiarito che:
    – l’occupazione fu conseguente ad un tentativo di golpe filo-grecia-fascista-dei-colonnelli mirante ad annettere Cipro alla Grecia. I socialdemocratici turchi intervennero per proteggere i propri connazionali.
    – l’ONU propose un piano di riunificazione dell’isola, sottoposto a referendum ed approvato dai cittadini turchi del nord, e bocciato dai greci del sud
    – nonostante questa decisione della Cipro greca di cui si parla, l’Unione Europea fece Cipro proprio membro; nonostante o forse proprio per questo, in quanto molti ritengono che la apparente pazzia di ammettere un paese la cui capitale è divisa da un muro è solo apparente. In realtà fu voluta dai paesi (ed altre istituzioni internazionali) che da sempre si oppongono all’ingresso della Turchia in Europa, a porre un ulteriore ostacolo.

    Oggi, cittadini europei e cittadini ciprioti, pagano questa cinica sciagurata scelta anti-turca (peraltro, avversata dall’Italia) dell’Unione Europea.

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