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Cossiga, teologo, burlone e picconatore. Ma non riuscì a ricostruire

Giampiero Guadagni traccia un profilo inedito del politico che, cresciuto con Moro, non riuscì a salvarlo. Si ammalò per questo. Dopo la caduta del Muro si fece interprete di un mondo che finiva

Un primattore della “Prima Repubblica”, protagonista assoluto del suo decadimento, denunciato con clamore dal Colle più alto, senza però riuscire a tracciare la via d’uscita. Teorizzatore ruvido del potere e insieme raffinato teologo; fondatore di un partito, l’Udr, dirompente ma di breve durata.

Radioamatore dilettante, nome in codice I0FCG. Fanatico antesignano della tecnologia wireless che crea interferenze a mezzo palazzo, nella sua abitazione al quartiere Prati. C’è tutto questo e altro ancora in Tre minuti trentuno secondi di Giampiero Guadagni, uscito in occasione del decennale della scomparsa del politico che al Quirinale interpretò la fine di un’era, alla caduta del Muro di Berlino.

Il neologismo “picconata” gli rimarrà appiccicato addosso, insieme al caso Moro, il rapimento e la tragica fine del suo faro politico maturati mentre era il titolare del Viminale. Le sue dimissioni, la canizie improvvisa e la vitiligine alle mani lo segneranno per sempre, oltre alle accuse per lui insopportabili di aver fatto poco o nulla per liberarlo.

Sul rapporto con Moro, aspetto fra i più controversi della sua complessa biografia, Guadagni interpella tre osservatori di diversa impostazione politicoculturale: Marco Damilano, Marcello Veneziani e Paolo Cucchiarelli. «Graffiante ma oggettivo», lo descrive Guadagni, coinvolgendo Damilano. Gustosi gli aneddoti ricostruiti da un cronista di razza come Francesco Bongarrà.

Il burlone che non ti aspetti, che, rivela Guadagni, «chiama la Batteria del Viminale, il centralino riservato del Governo, e avverte: mi si è bloccata la cassaforte. Non era vero. Ma nel giro di 15 minuti arriva un tecnico, un piccolo, preparatissimo signore, che risolve il problema che non c’era. Inventato ad arte per saggiare efficacia e scatto della risposta». Fine teologo, si diceva, cultore di John Henry Newman e Tommaso Moro, conversatore abituale su Antonio Rosmini, a casa sua, col cardinale Joseph Ratzinger.

Nel 1966 più giovane sottosegretario, nel 1976 più giovane ministro dell’Interno, nel 1980 più giovane Presidente del Consiglio (il sì all’installazione degli Euromissili, la sua prima ‘picconata’ al muro con 8 anni di anticipo) nel 1983 più giovane Presidente del Senato; nel 1985 più giovane capo dello Stato. Tre minuti e 31 secondi è la durata dello stringato, durissimo, ultimo messaggio di fine anno, il 31 dicembre 1991.

«Io ho dato al sistema picconate tali – disse – che non possa essere restaurato, ma debba essere cambiato». Sassarese, era stato fra i fondatori della Dc in Sardegna insieme a un predecessore sul Colle, Antonio Segni. Il cui figlio Mario – autore della prefazione – ha in comune con Cossiga l’essere stato a sua volta un ‘picconatore’, in quella fase, senza venirne a capo, essendone travolto a sua volta: «La crisi del sistema – scrive –, con la perdita di rappresentatività dei partiti e la loro crescente incapacità di governo, era già profondissima. Noi ci limitammo a stilare il certificato di morte di soggetti che avevano totalmente smarrito la loro funzione». Ma Cossiga resterà segnato dall’accusa di essersi limitato a «delegittimare la vecchia strada senza tracciare la nuova».

(Giampiero Guadagni Tre minuti trentuno secondi Francesco Cossiga: il silenzio e il fragore Marcianum Press. Pagine 176. Euro 16,00)

da avvenire.it

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