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Coronavirus. Don Soddu, Caritas italiana: «Strutture a disposizione della sanità. Ma mancano volontari»

Da Nord a Sud diocesi e Caritas diocesane stanno mettendo a disposizione strutture religiose, seminari, appartamenti per ospitare medici e infermieri, persone senza dimora, ex detenuti per dare un contributo per l'emergenza. Ma per i volontari è difficile operare nel modo tradizionale

E’ una “mappa della carità” in continuo aggiornamento quella predisposta da Caritas italiana. Un elenco lunghissimo degli interventi nelle Caritas diocesane di tutta Italia per fare fronte all’emergenza sanitaria e sociale dovuta al Coronavirus: ad oggi sono oltre 60 le diocesi che hanno messo a disposizione seminari, case religiose, appartamenti, strutture residenziali, per ospitare centinaia di medici e infermieri fuori sede impegnati in prima linea. Ma anche per accogliere persone uscite dagli ospedali e in quarantena, ex detenuti e senza fissa dimora altrimenti a rischio. Impossibile elencarli tutti. Tra questi, la diocesi di Crema ospiterà 35 medici cinesi a supporto dell’ ospedale locale e dell’ospedale da campo che sarà costruito nei prossimi giorni nell’ex casa delle figlie di Sant’Angela Merici. Bergamo ha messo a disposizione di medici e infermieri 50 camere singole del seminario, altre 10 le ha offerte Lodi e così Roma, Cremona e Taranto. Torino ha dato il via libera ad utilizzare le chiese e cappelle degli ospedali, se necessario. La Caritas diocesana di Savona-Noli ha risposto alle richieste della Protezione Civile e darà il seminario e la Casa delle suore dell’Immacolata, così come Albenga, Milano, Città di Castello, ecc. Matera-Irsina ospita 31 persone senza dimora e ha donato 35.000 euro all’ospedale Madonna delle Grazie per comprare ventilatori polmonari. Il vescovo di Camerino ha donato trentamila euro all’ospedale locale, buoni spesa e mascherine per famiglie che vivono a Fabriano.La Caritas ambrosiana ha messo a disposizione 15 posti per i detenuti a fine pena che non hanno una casa. Per sostenere queste iniziative Caritas italiana ha lanciato in questi giorni la raccolta fondi “Emergenza coronavirus: la concretezza della carità” (info per le donazioni su www.caritas.it).

“Un bosco in fiamme”. “Purtroppo le Caritas del nord sono attaccate da più fronti. E’ come dover percorrere un bosco completamente in fiamme: bisogna uscirne vivi”.  Così don Francesco Soddu, direttore di Caritas italiana, descrive al Sir le tante difficoltà che incontrano nei territori, perché è complicato operare per aiutare le persone più bisognose con le restrizioni imposte. Tanto più che gli stessi operatori e volontari sono colpiti. “Stamattina – racconta – ho parlato con la direttrice della Caritas di Mantova: gli uffici sono chiusi ma lavora pur avendo perso il padre ieri sera a causa del coronavirus”. A significare una “tragedia di una efferatezza senza precedenti, perché viene negato tutto, anche la possibilità di piangere un parente quando muore”.

Qual è il vostro contributo al mondo della sanità?
Proprio perché c’è bisogno di medici e infermieri

le Caritas stanno sistemando e mettendo a disposizione le proprie strutture.

C’è carenza di locali perché la tipicità di questa situazione fa sì che non si possa convivere promiscuamente con altri. In molte regioni la Protezione civile e la Croce rossa chiedono aiuto alla Caritas. A Roma ci hanno chiesto aiuto per la popolazione rom. Ma dobbiamo trovarci su un tavolo comune per affrontare il problema insieme, non è soltanto un discorso sanitario.

È un problema che riguarda tutta l’umanità a 360°. E se dovesse arrivare in un campo profughi, Dio ce ne scampi, cosa potrebbe succedere?

Non è facile per le Caritas dare aiuto in una situazione in cui è chiesto a tutti di stare a casa. 
No. Mancano i volontari, perché molti sono anziani e non possono più svolgere il loro servizio. I giovani hanno i genitori anziani a casa a cui devono farsi prossimi, per cui si è determinato uno stallo enorme.

Il volontariato puro è impedito nelle proprie scelte e nel proprio mandato.

Anche se oggi ho mandato una circolare a tutte le Caritas per ricordare che è lecito spostarsi all’interno del proprio Comune per l’approvvigionamento del cibo. Un problema, in questa gestione dell’emergenza coronavirus, se ne tira dietro almeno altri cinque.

Di cosa avete più bisogno, quali richieste vi arrivano dai territori?
Di volontari soprattutto. Se ci sono persone disponibili è bene che si rivolgano alle Caritas diocesane. E’ in queste situazioni che nella Caritas dovrebbe convergere una molteplice azione di volontariato da parte di altri servizi che hanno cessato di esistere: gruppi giovanili, catechisti, scout, movimenti, associazioni. Non è manovalanza per la Caritas ma sono l’espressione della Chiesa, che in questo momento è coordinata ed animata dalla Caritas.

E poi?
Dobbiamo capire come continuare a fare i servizi classici per le persone più in difficoltà e come organizzare i servizi nuovi per essere vicini alle persone a cui nessuno pensa: gli anziani soli in casa, le persone disabili, i non vedenti che non possono muoversi. Chi pensa a loro? E’ una questione di vicinanza. La nostra è un’opera umile e silenziosa che tiene le trame di una società, ma ora diventa più fragile. Va tenuta forte l’umanità attraverso questo rapporto di prossimità. Ora la richiesta diventa esponenziale perché bisogna tenere le distanze, sanificare;  tutto ciò che si poteva fare in un’ora ora ha bisogno di tre ore. Se prima in molte diocesi c’era un dormitorio ora non è più sufficiente: servono altri luoghi per l’accoglienza. Inoltre tanti dormitori devono diventare centri di aggregazione diurni, perché le persone non possono uscire. Tutto questo genera ulteriore disagi e problemi.

C’è solidarietà tra la varie regioni?
Tantissima. La solidarietà espressa è la cosa più bella che si respira in questo periodo. Se le persone si potessero muovere andrebbero incontro ai fratelli del Nord Italia ma non si può fare. Prima potevamo mettere aiuti materiali in una macchina ora non è possibile. Perciò dobbiamo cercare di capire come modulare il nostro servizio.

La maggioranza dei vostri servizi, con i dovuti adeguamenti, continuano ad essere garantiti?
Tutte le Caritas, tranne un paio, stanno continuando a garantire la distribuzione di viveri. Nessuno muore di fame. Le mense convenzionate con i comuni continuano ad operare con tutte le garanzie a debita distanza. Il Centro d’ascolto ad esempio è il cuore della Caritas. Ora che sono chiusi si sta inventando un modo nuovo di fare ascolto, con numeri verdi telefonici in molte diocesi.

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