Cinema

Corea da Oscar, il sogno americano

Dopo “Parasite” un altro film asiatico verso gli Academy Awards. Il regista Lee Isaac Chung, figlio di immigrati: «La mia saga familiare per raccontare a mia figlia l’uguaglianza nei sentimenti»

Lo scorso anno grazie a Parasite di Bong Joon-ho, vincitore dell’Oscar per il miglior film, per la regia e per la migliore opera internazionale, Hollywood ha scoperto quel cinema coreano la cui vitalità e la cui originalità sono da anni riconosciute e celebrate nei principali festival internazionali. Come quello di Cannes, ad esempio, che per primo si è accorto del valore di un film premiato con la Palma d’Oro prima ancora che con gli Academy Award. Nel vivace e prolifico cinema asiatico, che ogni anno soddisfa non solo il vastissimo mercato interno, ma si fa apprezzare nelle rassegne e nelle sale di tutto il mondo, è proprio la Corea a spiccare in questi ultimi tempi con le proposte più innovative e sorprendenti. E, forte del successo riscosso, riprova quest’anno la scalata gli Oscar con Minari di Lee Isaac Chung, che saltando la cinquina dedicata ai film internazionali, punta direttamente alla statuetta per il miglior film in assoluto, oltre a quella per la regia, la sceneggiatura originale, l’attore protagonista (Steven Yeun), l’attrice non protagonista ( Youn Yuh-jung) e la colonna sonora. Nella speranza di doppiare il trionfo di Parasite con una storia centrata anche questa volta su una famiglia, ma dai toni e dallo stile assai diversi.

Nel film, che speriamo di vedere presto nelle sale con Academy Two, tutto ha inizio quando Jacob, immigrato coreano, trascina la sua famiglia dalla California all’Arkansas, deciso a liberarsi di un alienante lavoro in un allevamento di polli e diventare un agricoltore negli Stati Uniti degli anni Ottanta. Ma se Jacob vede l’Arkansas come una terra ricca di opportunità, il resto della sua famiglia è sconvolto da questo imprevisto trasferimento in un fazzoletto di terra non troppo ospitale. L’arrivo dalla Corea della nonna Soonja, una donna imprevedibile ed eccentrica, stravolgerà ulteriormente la loro vita, ma i suoi modi bizzarri accenderanno la curiosità del pestifero nipotino David e accompagneranno la famiglia in un percorso alla riscoperta dell’amore che li unisce oltre i tanti ostacoli. Quarto lungometraggio diretto da Chung, il film prende non a caso il titolo dal nome di un’erba piccante coreana che diventa più rigogliosa nella sua seconda stagione di crescita e allude al sacrificio di una famiglia in cui una generazione rischia tutto per permettere alla generazione successiva di vedere realizzati i propri desideri. Ed è il suo personale sogno americano che Jacob insegue tra i solchi della terra, innestando la propria storia su quella di tanti altri immigrati alla ricerca della propria realizzazione. Chung fa emergere dai ricordi affettuosi, forti e personali di questa famiglia, una riflessione intima e personale sull’incontro di due mondi e diverse generazioni.

Figlio di immigrati dalla Corea del Sud, cresciuto in Arkansas, il regista ha cominciato a mettere a fuoco l’idea del film spinto dal desiderio di raccontare alla sua bambina le proprie origini, i sacrifici affrontati dai genitori per arrivare in America e l’importanza dei legami familiari, imperfetti e conflittuali, ma ricchi di misteriosa grazia. «Ho annotato ottanta ricordi visivi che risalivano all’epoca in cui avevo all’incirca 7 anni, l’età di mia figlia oggi – dice il regista – e nell’esaminarli ho pensato che era questa la storia che avevo sempre desiderato raccontare ». A offrirgli la chiave di accesso al racconto è stato proprio il personaggio del piccolo David che ci fa osservare la realtà circostante attraverso il suo sguardo carico di purezza e stupore, diventando l’interprete delle sensazioni di un’intera famiglia alla deriva che cerca di ritrovare la propria rotta. Così il regista, esplorando il modo in cui si affrontano le difficoltà dell’integrazione nell’America rurale, tocca anche temi più universali come la fiducia, lo scetticismo, la voglia di fuga e il bisogno di appartenenza. «David è il risultato della fusione di due elementi opposti: i ricordi più intimi di me bambino e lo sguardo su mia figlia, diventando un misto di me che voglio dire certe cose a me stesso e di me che voglio dire certe cose alla mia bambina». «Il film – continua Chung, che ha guardato anche a scrittori come Flannery O’Connor e Willa Cather – incoraggia a sperare che si possa trovare il meglio in ciascuno di noi. Volevo che gli spettatori entrassero a far parte di questa famiglia. Si racconta la nostra storia di immigrati, ma i sentimenti di questi personaggi sono affini a quelli di persone che provengono da nazioni diverse».

Al regista coreano di culto recentemente scomparso a causa del Covid-19 Kim Ki-duk, dedica invece un omaggio il 19° Florence Korean Film Fest, diretto da Riccardo Gelli e in programma a Firenze (sia dal vivo che online) dal 21 al 28 maggio con un cartellone di oltre cento titoli.

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