“ConfrontiamoCi”, don Benedetto: «non chiamiamoli più migranti, ma fratelli»

«C’è una vastità di persone che vengono da tutta l’Italia: un grazie davvero. Vuol dire che queste cose si vivono con il cuore. A questo la Caritas tiene molto» ha detto il direttore della Caritas diocesana don Benedetto Falcetti durante i momenti di saluto della due giorni “ConfrontiamoCI”, che vede Rieti protagonista della riflessione sulle politiche di integrazione a livello nazionale.

«Il tema che andremo a dibattere è di estrema attualità» ha sottilineato il sacerdote: «In contemporanea a Bruxelles si stanno prendendo decisioni che superano il nostro confronto, ma sul tema hanno rilevanza internazionale».

La straordinaria accelerazione delle migrazioni, secondo don Benedetto, «è certamente da ascrivere all’incredibile proliferazione di tenzioni e conflitti ai confini dell’Europa». Ma ancor prima di queste tragiche evoluzioni, «il fenomeno della mobilità umana appare destinato a diventare uno dei maggiori drammi contemporanei, tale da violare, in modo sempre più spietato, il principio di dignità di ogni persona, caro non solo al cristianesimo, ma alla stessa civiltà europea».

«I migranti forzati e i richiedenti asilo – ha rilevato don Benedetto – somigliano sempre meno all’archetipo cui si ispira la Convenzione di Ginevra: il dissidente politico perseguitato dalle autorità del suo paese. I migranti “umanitari” sono testimoni viventi dell’incapacità della società contemporanea di rispondere alle istanze di appartenenza e giustizia della nostra civiltà. Ma proprio ciò li rende una presenza preziosa, profetica, per riflettere sul futuro delle nostre democrazie, abituate a dare per scontato istituti come la cittadinanza e i diritti che essa dovrebbe garantire, a partire dall’esercizio delle libertà democratiche».

Inoltre, secondo il sacerdote, «la comunità cristiana dovrebbe imparare a vedere nei migranti “umanitari” – specie quelli per motivi religiosi – non solo dei destinatari privilegiati di cure, ma veri operatori di testimonianza ed evangelizzazione, che sollecitano le chiese locali aad acquistare una mentalità più universale, più “cattolica”».

«Resta il fatto – ha aggiunto quindi il direttore della Caritas diocesana – che nella gestione delle richieste di protezione, l’Italia e l’Europa mettono alla prova la loro civiltà giuridica, la loro identità. Valutazioni di ordine economico e di sicurezza non possono giustificare la rinuncia a principi sui quali si fondano le nostre democrazie, che occorre proteggere da ogni rischio di imbarbarimento».

Dunque da don Benedetto è arrivato un appello: «non chiamiamoli più migranti, clandestini, richiedenti asilo, rifugiati, disperati, ma fratelli che bussano alle nostre porte. Confrontiamoci e troviamo la chiave per aprire corridoi umanitari così da mettere al sicuro il maggior numero possibile di vite umane».

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