Conflitti senza fine

Papa Francesco ha parlato un paio di volte del fatto che è in corso la terza guerra mondiale “a pezzi”, in varie parti del mondo, senza che si inneschi necessariamente un conflitto planetario che non farebbe bene neppure ai signori della guerra.

Come intuizione politico-strategica non è male, anzi è forse il modo che ha usato per smascherare questi attizzatoi di focolai qua e là per il mondo.

Ma l’opposizione, l’affronto, l’umiliazione dell’altro, anche nei rapporti umani, fanno parte del DNA dell’uomo e vi saranno fino a che vi saranno uomini; quindi le guerre non finiranno mai.

Lo vediamo nelle nostre adunanze gridate, in cui il “matto” di turno sproloquia e tutti gli altri zitti, lo vediamo nelle famiglie dove il partner più forte urla o minaccia e tutti gli altri zitti. Perché non dovrebbe essere così nei rapporti internazionali, in cui i partner manco si conoscono?

Hanno un senso le bandiere per la pace? E le organizzazioni internazionali? Non sono forse solo mezzi per arginare i conflitti e basta?

Perché la Chiesa continua a parlare di pace se sa che la guerra ci sarà sempre?

È la volontà di prevalere che muove i conflitti interpersonali e pastorali, come è volontà di potenza quella che muove le guerre e i conflitti internazionali.

E poi vi è l’altro aspetto, quello del commercio delle armi, che si alimenta proprio dei conflitti a volte all’interno di popoli fratelli: quando si saturano i depositi di armi bisogna svuotarli proprio facendo guerre, armando gruppi di rivoltosi, di fanatici, di esaltati, così i danni sono circoscritti e controllabili, così le reazioni degli organismi internazionali sono contenute anche se ben visibili.

La guerra mondiale “a pezzi” di papa Francesco è la vera sfida del mondo contemporaneo ed avrà una caratteristica: sarà interminabile! Non ce ne sarà una quarta, perché la terza sarà senza fine!

Dunque a pezzi e senza fine, anche per tenere a bada l’esplosione demografica, soprattutto in alcune zone del mondo: basti pensare che cento anni fa nel mondo erano un miliardo di persone e oggi siamo sette miliardi! E buona parte di questi vivono nelle zone povere della terra e chiedono pane, lavoro, benessere. Per soddisfare loro bisognerebbe ridurre beni della minoranza del nord del mondo, e questo non si è disposti a concederlo.

Di questa guerra, che farà più vittime delle due guerre mondiali, naturalmente, proprio perché interminabile, fanno parte anche tutti i morti dei barconi che periscono nei viaggi della “disperazione” più che della speranza. Salti nel nulla che solo in alcuni casi e per pura fortuna hanno esito positivo, con un qualche approdo o salvataggio di emergenza.

Quale tecnica usare per questi conflitti, anche per quelli di casa nostra, di Chiesa? L’unica è quella di controllare i folli, limitare i danni, esortare al dialogo, comporre gli attriti.

Ma possiamo continuare a foraggiare i guerrafondai? È una buona politica quella di concedere qualche cosa pur di tacitare i facinorosi? Pagare i riscatti per liberare qualche sequestrato e finanziare i rivoltosi?

Risolvere i problemi a breve ma non a lungo termine?

Anche questi sono modi per rendere i conflitti infiniti.

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