Comunicazione: quando i media ridisegnano icone e simboli dell’immaginario collettivo

Presentato oggi, 4 ottobre, a Roma, il 14° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione. Il 75,2% degli italiani usa Internet; l’86,9% il telefono cellulare. Sempre più diffusi social network e piattaforme online, ma la rivoluzione digitale dell’ultimo decennio ha riconfigurato anche i miti contemporanei.

Il “posto fisso” resiste, ma è tallonato dai social network. Così la casa di proprietà si colloca al terzo posto, ma quasi a pari merito con lo smartphone. L’insolita classifica dei “miti” degli italiani è illustrata nel 14° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, presentato questa mattina, 4 ottobre, a Roma (Sala Zuccari del Senato) da Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis. Nell’epoca della rivoluzione (e della disintermediazione) digitale, i new media hanno contribuito non solo a modificare abitudini e comportamenti quotidiani, ma ridefiniscono anche l’immaginario collettivo rivoluzionandone attese, simboli, priorità, valori di riferimento.

I “miti della contemporaneità” sono dunque cambiati anche grazie a Internet e ai social network.

Non è un caso, quindi, che il titolo prescelto per il Rapporto dell’Istituto di ricerca socio-economica e dell’Unione cattolica stampa italiana, promosso da Facebook, Mediaset, Rai, Tv2000 e Wind Tre, sia “I media e il nuovo immaginario collettivo”.

Alcuni dati. Nel 2017, Internet si è diffuso nel 75,2% della popolazione, l’1,5% in più rispetto al 2016 (e il 29,9% in più rispetto al 2007). Il telefono cellulare è usato dall’86,9% degli italiani e lo smartphone, in particolare, dal 69,6% (solo dal 15% nel 2009). Gli utenti di WhatsApp (il 65,7% degli italiani) coincidono con le persone che usano lo smartphone, mentre circa la metà degli italiani usa Facebook (56,2%) e YouTube(49,6%). In due anni Instagram ha raddoppiato la sua utenza (nel 2015 era al 9,8% e oggi è al 21%), mentre Twitter resta attestato al 13,6%. Complessivamente, nel 2016 la spesa per smartphone, servizi di telefonia e traffico dati ha superato i 22,8 miliardi di euro.

Tra digital divide e “giovanilizzazione”. Nel panorama del consumo mediatico degli italiani, la grande novità dell’ultimo anno è rappresentata dalle piattaforme online che diffondono servizi digitali video e audio, come ad esempio Netflix o Spotify. Resiste la tv, soprattutto fra gli anziani, mentre la radio si conferma ancora ai vertici delle preferenze, con una utenza complessiva dell’82,6%. Continua a crollare la lettura di libri e quotidiani (questi ultimi li legge solo il 35,8% degli italiani). Aumenta tra giovani e anziani il digital divide, mentre tra giovani e adulti i comportamenti mediatici sono sempre più omogenei, tanto che il Rapporto parla di “giovanilizzazione” di questi ultimi. Nel 2017 viene infatti praticamente colmato il gap nell’accesso a Internet, social network, smartphone etc.

Bufale e post-verità. Sono un’emergenza informativa globale: alle fake news, secondo il Rapporto, più della metà degli utenti ha dato credito, percentuale che scende di poco per le persone più istruite, ma sale al 58,8% tra i più giovani. Se tre quarti degli italiani (soprattutto diplomati e laureati) ritengono le “bufale” sul web un fenomeno pericoloso, creato ad arte per inquinare il dibattito pubblico e favorire il populismo, i giovani, invece, danno meno peso a queste valutazioni. Il 44,6% di quelli tra i 14 e i 29 anni ritiene addirittura che l’allarme sia sollevato dalle vecchie élite dei giornalisti che a causa del web hanno perso il loro potere. “Ecco perché – spiega il Rapporto – le smentite degli organi di stampa spesso non riescono a mettere in crisi le false notizie che circolano in rete: specie tra i giovani cresciuti con il mito di Internet come regno della libertà”

Nuove icone. I processi innestati nell’ultimo decennio dalle diffusione delle tecnologie digitali – web e social network – hanno certamente portato alla personalizzazione dell’uso dei media, al primato dello sharing sul diritto alla riservatezza, alla “disintermediazione”, ossia alla possibilità di ottenere notizie, musica o film bypassando la mediazione professionale tradizionale. Tra gli effetti prodotti, affermano Censis Ucsi, anche

la riscrittura di valori e simboli che orientano aspettative, scelte e priorità della popolazione.

Così, tra i fattori ritenuti più centrali nell’immaginario collettivo della società di oggi si trova ancora il “posto fisso” con il 38,5% delle opinioni, seguito però a poca distanza dai social network (28,3%), dalla casa di proprietà (26,2%) e ‒ quasi a pari merito ‒ dallo smartphone (25,7%).Un mix di vecchio e nuovo nel quale i riferimenti radicati nella società del boom economico (cari alle generazioni adulte e anziane) si impastano con “i miti fondativi dell’app economy” preferiti dai giovani per i quali gli anni della crescita e dello sviluppo del Paese sono lontana preistoria.Tra i 14 e i 29 anni i social si collocano infatti in prima posizione (32,7%), superando il posto fisso (29,9%) seguito dallo smartphone, oggetto di culto dall’alto impatto simbolico (26,9%), dalla cura del corpo (23,1%) e dai selfie “emblema dell’autoreferenzialità individualistica” (21,6%). Solo il 17,9% (ampiamente al di sotto della media) indica la centralità della casa di proprietà, il 14,9% l’obiettivo di conseguire un buon titolo di studio come garanzia di ascesa sociale, il 7,4% l’acquisto dell’automobile nuova.

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