Come a Lourdes sempre accanto a chi soffre

Il vescovo Lucarelli presiede i riti tra gli infermi presenti a Regina Pacis con i volontari dell’Unitalsi «Insieme con Maria testimoniamo le opere di Dio e insieme annunciamo e costruiamo speranza».

Ci sono giorni speciali per chi, come Maria e gli altri, gran parte della vita l’ha trascorsa in carrozzina e non può spostarsi se non mettendo in moto quelle rotelle. Giorni in cui gli amici dell’Unitalsi ti vengono a prendere e
ti fanno vivere un momento di preghiera, di condivisione, di festa fraterna. Per Maria e gli altri ospiti della casa–famiglia che la Diocesi ha all’attivo a Santa Margherita, sotto Cantalice, grazie alla preziosa collaborazione del volontariato unitalsiano, e per tanti altri fratelli che si muovono a fatica e portano impressi sui loro corpi i segni della croce, sono diverse le occasioni di sentirsi le «membra privilegiate del corpo mistico di Cristo». Su tutte, spicca il momento del pellegrinaggio a Lourdes, per chi riesce a prendervi parte viaggiando nei «treni bianchi», e la giornata che festeggia l’anniversario della prima apparizione della Vergine a Bernadette Soubirous. Quella che da sempre, nella comunità cristiana reatina, si celebra a Regina Pacis.

Piena come ogni anno, nonostante il tempo inclemente che ancora una volta impedisce la processione esterna, la chiesa cittadina intitolata a Maria Regina della pace. In prima fila ci sono loro, i disabili nelle loro carrozzine e tanti altri malati e anziani. Fedeli e devoti della Vergine di Lourdes sono giunti da tutte le parrocchie, anche da fuori città (immancabili quelli del Cicolano, con l’organizzazione dell’Ufficio pellegrinaggi).

Il vescovo Delio Lucarelli, reduce dell’altro momento solenne vissuto al mattino in ospedale, arriva a presiedere il secondo appuntamento della Giornata mondiale del malato. Accanto a lui ci sono il parroco della chiesa
ospitante don Fabrizio Borrello, l’assistente dell’Unitalsi e cappellano di Lourdes don Luigi Bardotti, il direttore dell’ufficio legato all’Opera Romana Pellegrinaggi don Daniele Muzi e altri sette sacerdoti del clero reatino.

Tra i diaconi non manca il responsabile della Pastorale della salute, Nazzareno Iacopini. È lui, assieme alla moglie Luisa, che è presidente della sottosezione reatina Unitalsi, a leggere la preghiera che conclude la liturgia: quella composta dal vescovo per l’anno diocesano della famiglia. Si è voluto infatti che fosse una coppia di sposi, e di sposi direttamente impegnati nell’attività accanto agli infermi, a leggere questa invocazione a chiusura della celebrazione che ricrea il clima spirituale dell’ésplanade di Lourdes: la processione con gli unitalsiani in divisa, la benedizione ai malati con il Santissimo Sacramento, il suggestivo canto dell’Ave di Lourdes con i flambeaux innalzati da tutti a ogni ritornello…

L’assemblea raccolta partecipa ai riti con grande entusiasmo e raccoglimento, seguendo i testi della Messa in onore di Maria «salute degli infermi». Una madre per tutti, colei che è venerata a Lourdes da tanti pellegrini e che «a tutti guarda con simpatia», dice il vescovo nell’omelia. Le apparizioni lourdiane, dice monsignor Lucarelli, esprimono la profonda vicinanza della Madonna all’umanità: a Lourdes ella ha voluto farsi «vicina
al mondo per richiamare a un cammino di vita in cui siamo tutti richiamati a percorrere le sue orme: lodare e testimoniare le “grandi cose” che Dio compie». Le «grandi cose» del suo Magnificat – le cui parole erano poco prima risuonate nella proclamazione del brano evangelico della visita di Maria a Elisabetta – sono quelle che tutti ammirano in Maria, anche «quanti non vedono in Gesù il Figlio di Dio ma solo un grande profeta»,
sottolinea il vescovo richiamando la venerazione che la Vergine gode anche in tradizioni religiose non cristiane.

E al compiere «grandi cose», opere che esprimano la grande misericordia di Dio per l’umanità, tutti siamo chiamati, prosegue Lucarelli ricordando il tema del «donare la vita» che caratterizza quest’anno il messaggio
del Papa per la Giornata mondiale del malato. Una vita che si fa dono e condivisione, dice il vescovo, è quanto viene richiesto a tutti, sani e malati: «Il bene che testimoniamo diventa così dono di Dio all’umanità intera. La nostra fede deve tradursi in carità vissuta, rendendoci annunciatori di speranza e costruttori di opere che diano speranza agli uomini del nostro tempo».

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