Chiesa di Rieti

Come gli uccelli del cielo…

Il vescovo Domenico consegna alla Chiesa reatina una lettera pastorale pensata quasi come una guida per ripartire in un mondo che la pandemia ha trasformato anche accelerando processi già in corso

«Tre paginette che fanno da sponda a quello che abbiamo condiviso lungo questi mesi insieme alla sera»: così il vescovo Domenico, al termine del rosario recitato in diretta streaming dalla Cappella della Madonna del Popolo in Cattedrale, ha annunciato la lettera pastorale Come gli uccelli del cielo. Un breve testo consegnato alla Chiesa reatina quasi come una guida per ripartire senza far finta che non ci sia stata la pandemia, cogliendo anzi l’occasione per trasformare la tragedia in opportunità: quella di operare quei cambiamenti che già prima si auspicavano e che adesso in qualche modo diventano necessari.

Un atteggiamento contemplativo

La riflessione, come si intuisce dal titolo, si ispira al brano evangelico in cui Gesù indica nella spensieratezza dei volatili l’emblema del saper vivere senza ansia e saper cogliere l’essenziale. A partire dai versetti evangelici, il vescovo invita a cogliere innanzitutto quell’«atteggiamento contemplativo che è il dono inatteso che abbiamo ricevuto dal tempo “sospeso” del coronavirus». Terminato il periodo di chiusura, domanda Pompili, «siamo pronti a non lasciarci risucchiare dalla routine, ma a prendere coscienza che qualcosa è definitivamente cambiato e costringe anche noi a rivedere prassi, abitudini, tic mentali?».

Non sarà come prima

E parlando del nuovo scenario monsignor Domenico ha indicato tre cose che non saranno più come prima. Innanzitutto nel ridimensionamento dell’«individualismo becero» che blocca ogni vera connessione: «Nessuno può immaginarsi a partire soltanto dal proprio “io, qui e ora”», avendo ben sperimentato «che nessuno se la cava da sé. E per contro che ciascuno dipende nel bene e nel male dall’altro». Secondo, un diverso rapporto con il tempo e con lo spazio, «nel senso che abbiamo introiettato un ritmo più slow e insieme uno spazio più concentrato. Grazie ai nuovi linguaggi digitali il mondo è diventato improvvisamente più breve e più stretto e ci ha indotto a cambiare sguardo sulla realtà. Pensate a quanto meno abbiamo inquinato coi nostri spostamenti inutili». E poi il saper individuare i problemi e le vere relazioni, dopo aver imparato a concentrarci sull’essenziale: «salute, affetti, clima, bisogni più profondi e sorvolando su questioni effimere e secondarie», recuperando quel «senso di comunità che vada oltre la retorica di certi spot televisivi».

Il cammino fatto e le strade da percorrere

Il vescovo ripercorre quindi sinteticamente il cammino di riflessione svolto in questi anni di episcopato con gli incontri pastorali di settembre, di cui ritessere le fila alla luce della situazione attuale. E indica «tre strade» che si sarebbero comunque aperte e che il coronavirus ha solo accelerato: «La prima è quella di re–immaginare l’evangelizzazione, oltre l’iniziazione cristiana e la catechesi degli adulti». Seconda strada: «re–interpretare la liturgia», cogliendo nella necessità del distanziamento ora impostaci il desiderio di superare davvero le distanze: «Forse quando torneremo a celebrare senza protezione, saremo capaci di diventare “comunità sacerdotale”». Infine, «re–inventare la carità, facendo più attenzione alla giustizia dei legami sociali, alla rettitudine dei processi economici, alla responsabilità nei confronti dell’ambiente comune».

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