Scienza

Come è violenta la carezza simulata dal robot

L'intelligenza artificiale che trasforma la vita in un database per riprodurre brutte copie di un contesto relazionale è un processo meccanico di estrema brutalità

Se si scrive caresses (carezze) sulla barra di ricerca di Google, appare nella lista di risultati una definizione sorprendente. Si legge, tra le altre cose, di un robot in grado di adattarsi alla cultura della persona. Vi sono già esperimenti molto avanzati in grado di testimoniare le capacità metamorfiche della intelligenza artificiale, plasmate intorno al costante riadattamento di frammenti tratti dall’ambiente circostante, che per la IA (intelligenza atificiale, ndr) è un gigantesco brodo primordiale fatto di dati.

La capacità essenzialmente mimica e priva di un qualunque senso della IA non è una novità. Sempre nuova e stupefacente è invece la caparbietà umana nell’attribuire significati fuorvianti e proprietà salvifiche a un meccanismo come la intelligenza artificiale, allucinando una sua presunta quanto mutevole vitalità. Si confonde la sua accessorietà con la presenza. Le si dà una patente di esistenza cosciente che è pura invenzione.

Qualcosa in me si ribella senza possibilità di riconciliazione quando leggo di “invenzioni” come il robot pensato per l’assistenza agli anziani. Bisogna chiarire. Se il robot svolge funzioni puramente pratiche, assistendo la persona nei compiti che non riesce a svolgere, effettuare chiamate, raccogliere oggetti caduti, portare la colazione e così via, la cosa rimane nei termini di ciò che la IA può fare, con efficacia evidente. Il problema sorge quando a questi compiti si associano capacità come tenere conversazioni per limitare la solitudine. Non so se la situazione attiene più ai termini di farsa o di tragedia.

La IA non può risolvere la solitudine. Perché la IA non è una vera compagnia. La IA non produce cultura e non la struttura perché cultura è un processo legato a doppio filo con la esistenza in vita. La cultura è un processo vitale, profondamente vitale, e riguarda gli esseri viventi. La IA non è e non sarà mai vivente. Esperimenti molto complessi di cui ho parlato in queste pagine dimostrano la irrisolvibile contraddizione che pone IA e senso agli antipodi, due poli completamente irriducibili. Comprendo che il mercato potenziale di queste panacee artificiali è potenzialmente enorme. Ma il prezzo lo è ancora di più. Siamo su una china di scelte al ribasso. Dal momento che la nostra malattia esistenziale sembra condurci sul crinale di una fatale solitudine che facciamo? ci inventiamo che una macchina può diventare imitazione di un affetto, di una amicizia, un “produttore” di cultura.

La sistematizzazione dell’universo culturale finalizzata a trasformarlo in un grande database indifferenziato cui attingere per riprodurre brutte copie di un contesto relazionale, è un processo meccanico di estrema violenza latente. Prelude alla insignificanza di ogni valenza etica, morale, filosofica e creativa che deriva dalla cultura. La ipotetica culture awareness (consapevolezza culturale) di un robot che viene citata con disinvoltura sconcertante è una vera e propria mistificazione. Si tratta, nel migliore dei casi, di un riassemblamento mimico e privo di senso di stilemi e codici di comportamento o linguistici la cui sostanziale differenza nell’uomo rispetto alla macchina è l’origine. Una specie di processo speculare sempre approssimativo che ricalca le relazioni logistiche tra eventi che per la IA sono puramente meccanici mentre nell’uomo provengono da un coacervo irrisolvibile e meraviglioso di carne e pensiero.Vi è un altro fenomeno di marketing digitale di questo tipo e si chiama “Replika”. Una sorta di compagno/a digitale che assolve alla funzione di surrogato relazionale. Replika, perlomeno nel nome, denuncia la sua impostura. Ma definire un robot con uno dei gesti più empatici e affettivamente intensi che l’uomo possa produrre come quello della carezza è veramente troppo. La carezza del robot può essere una sola carezza: quella della morte.

da avvenire.it

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