“Mangia come Parli”. Presentato a Rieti il libro di Cinzia Scaffidi

È stato presentato domenica 12 aprile presso la libreria Nuova Gulliver di Rieti il libro “Mangia come Parli” di Cinzia Scaffidi, direttrice del Centro studi di Slow Food Italia.

Il volume affronta il modo in cui con la globalizzazione sono cambiati non solo i costumi alimentari, ma anche il linguaggio che al cibo si riferisce. E la mutazione del vocabolario del cibo è tutt’altro che indifferente, perché le parole che utilizziamo influiscono su come orientiamo, scegliamo, consumiamo, difendiamo o bistrattiamo quello che mangiamo.

Attorno al cibo sono nate parole nuove, ed espressioni di uso comune hanno gradualmente assunto nuovi significati. È una evoluzione su cui è necessario riflettere per soddisfare in maniera attenta e consapevole un bisogno primario.

Il linguista Tullio de Mauro, nella prefazione, spiega che «Ogni parola, quando l’Autrice svolge i fili dell’uso che se ne fa, porta di filo in filo a percorsi che arrivano lontano. Leggiamo la scheda dedicata a etichetta. Parola ovvia, ovvio che dovrebbe elen­care gli ingredienti di un prodotto, di un alimento. Ma basta così? Basta dire che quel formaggio è fatto col latte? Cinzia Scaffidi aiuta a capire che non basta e perché non basta»

«Ci vuole ben altro che un secco elenco di ingredienti senza specificazioni, senza storia. Quella che Slow Food chiama l’Etichetta Narrante non è dunque solo un elemento di comunicazione, di promozione (di cibi e territori) e di educazione alimentare. È uno strumento di democrazia, di realizzazione del bene per i molti. Non è un caso se ogni volta che la società civile chiede nuove norme in materia di etichettatura, ovvero maggiori informazioni, sono sempre le grandi industrie a mettersi per traverso: non solo spesso a loro non conviene dare informazioni dettagliate, ma in più molte delle informazioni che il consumatore vorrebbe non le hanno» Scrive ancora De Mauro.

La situazione è paradossale, perché «gli alimenti industriali, non essendo più in grado di raccontare la propria storia (o nella certezza che il racconto della propria storia non creerebbe alcun tipo di appeal), vengono venduti grazie alla costruzione di altre storie, accesso­rie, che fabbricano un’identità alternativa per prodotti che hanno smarrito la propria. Ma questa non è informazione, è pubblicità».

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