Cimitero vuoto e affollato

La visita del 2 novembre. Una visita per ritrovare uno spazio, quello necessario a ricordare chi non c’è più e perciò non fa rumore. Un piccolo racconto di alcuni istanti ed emozioni legati a questo giorno.

Prima della celebrazione le persone, come tante formiche, si dirigono verso i propri cari fermandosi solo brevemente a salutare gli altri. Tutto avviene ovviamente sotto lo sguardo dei cipressi, alti e onnipresenti guardiani del luogo. La sensazione che danno le pareti è quella di una grande scacchiera di nomi anonimi e foto ingiallite, sulla quale il bianco vince facilmente e soltanto i fiori colorano a intervalli regolari. Fiori freschi e vecchi vicini, come lo sono il dolore e la mancanza di perdite recenti e passate.

Nell’aria ci sono le poche grida dei pochi bambini, gli unici col coraggio di parlare. E chi invece ha lasciato di più, per l’avanzare degli anni, unisce alla fatica di salire e scendere le scale, quella di trattenere e asciugare le lacrime. Per tutti, gli esempi di morte tutt’intorno, aiutano a pensare alla possibilità sempre fuggita o comunque esorcizzata. Quella certezza inaccessibile che nessuno vuole evocare se non in occasioni convenzionali come questa.

Anche la luna, per un casuale incastro astronomico, stava lì in pieno pomeriggio a salutare, accompagnando come al solito i momenti di malinconia.

Ma le celebrazioni riempiono e scandiscono il tempo lasciando poco alla riflessione personale, e quindi viene da pensare a quando al cimitero non c’è nessuno o quasi. Allora lì ci si sente come il posto in cui si è, pieno di pensieri ma libero, con tanti volti che guardano eppure isolato. Insomma vuoto e affollato insieme.

di Caterina D’Ippoliti e Samuele Paolucci

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