Musica

Chi salverà la musica italiana? Esperti a confronto

Razzini: «Bisogna remunerare il lavoro creativo, capire finalmente cosa significa vivere di musica». Cerruti: «Siamo un’industria ed esigiamo una presa di coscienza da parte del governo»

«La musica è stanca, non ce la fa più» cantava quarant’anni fa Franco Battiato. Ma se il maestro si riferiva perlopiù alla forma, oggi la sostanza è che cantanti, autori, produttori e tutto il sistema sono allo sfinimento. Per asfissia ed estenuante attesa. E se il lockdown ha inferto quello che assomiglia a un colpo di grazia, dal pianeta musica è da tempo che si leva il grido d’aiuto alle istituzioni. Certo, alla fine “quello che resta sono le canzoni” come recita il sottotitolo dell’agile e acuto libro di Roberto Razzini Dal vinile a spotify (People Record, pagine 146, euro 15,00), ma a non restare e resistere più potrebbero essere gli autori di ciò che ascoltiamo e cantiamo. «È vitale recepire al più presto la direttiva europea sul copyright, uno strumento fondamentale per tutta l’industria culturale italiana – taglia corto Razzini, dal 2002 managing director di Warner Chappell Music italiana e da due anni membro del Consiglio di gestione della Siae, la Società degli autori ed editori –. Si tratta di una legge che dopo vent’anni va a normare un’ampia materia che in questo lasso di tempo è cambiata tantissime volte e radicalmente, tra nuove tecnologie e web. Recepirla vuol dire mettere in sicurezza il presente e il futuro di un mondo molto fragile, quello della creatività artistica. Nella fattispecie c’è in gioco il futuro stesso della musica in Italia. Le attuali piattaforme e lo streaming potrebbero essere nulla rispetto a quello che vedremo in futuro. E in uno scenario già così incerto, il lockdown ha fatto il resto cancellando uscite discografiche e concerti».

Come e quando ripartire, a questo punto?

Non lo sa nemmeno la scienza. Si spera la prossima primavera o al più tardi nell’estate 2021. Molti eventi live sono stati riprogrammati per allora. Ma una cosa deve essere fatta subito: recepire la direttiva sul copyright. Il precedente governo gialloverde non aveva espresso grandi simpatie nei confronti della normativa sul diritto d’autore e non ne aveva posto il recepimento in cima alle proprie priorità. L’attuale governo ha un’emergenza da affrontare, ma ha dato segnali di sensibilità verso questo problema.

Sostegni economici ne sono arrivati dopo l’impasse dovuta al coronavirus?

Piuttosto che eventuali aiuti per scavallare questa emergenza, sarei più contento se in Italia ci fosse più consapevolezza di cosa vuol dire pagare il diritto d’autore e remunerare il lavoro creativo. Bisogna che si capisca finalmente cosa vuol dire vivere di musica.

C’è forse anche un po’ di italica propensione a “non pagare il dazio”?

L’Italia ha uno storico gap culturale nei confronti di Paesi come Francia, Germania o Gran Bretagna. C’è in gioco un nodo culturale e civile su cosa voglia dire il diritto d’autore. La direttiva europea precedente era stata emanata nel 2000 e nel frattempo lo scenario è cambiato tantissimo. Sia rispetto all’utilizzo sul web dei contenuti culturali sia per la grande crescita di queste piattaforme online. Con questi enormi sviluppi tecnologici avere aspettato 19 anni è già una grave colpa delle istituzioni. Se in Italia stiamo ancora aspettando il recepimento, il naturale riflesso è l’ormai intollerabile value gap, cioè il differenziale conomico tra quanto le piattaforme digitali monetizzano grazie ai contenuti creativi e quanto invece le stesse piattaforme effettivamente pagano ai titolari di questi contenuti.

Per questo ormai da anni più che i dischi, economicamente conta il live.

Certo, ma è nei concerti dal vivo che la musica trova poi la sua massima espressione. Ed è a questa situazione che dobbiamo ritornare. Anche con nuove modalità finché non avremo la normalità a cui eravamo abituati. Un esempio è il concerto che verrà trasmesso in diretta streaming il 6 settembre dall’Arena di Verona, con 40 artisti. A livello italiano è il primo grande evento a pagamento online. Più agile rispetto alla televisione, il web giocherà nel futuro un ruolo sempre più importante.

Concerti quest’estate in giro ce ne sono comunque parecchi, anche se con un pubblico molto ridotto.

Si possono fare concerti all’aperto con un numero massimo di mille persone e questo significa penalizzare tantissimo le esibizioni di taluni big. Ma è bello che molti artisti stiano comunque dando segnali positivi di speranza. Faccio un plauso a chi come Max Gazzè, Brunori, Nek, Marco Masini, Giovanni Truppi e tanti altri stanno dimostrando che non possiamo restare senza musica e che la macchina organizzativa non può fermarsi. In tutto questo anomalo scenario alcuni hanno anche avuto il coraggio di pubblicare nei mesi scorsi i loro lavori nonostante l’incertezza assoluta del mercato e dei live.

A conferma appunto che quello che resta sono le canzoni…

Nel libro cito anche la playlist delle canzoni che hanno segnato la mia vita professionale e personale, ma manca quella che guida il mio quotidiano: Una vita da mediano di Luciano Ligabue. Io mi sento così, non sono il fuoriclasse che butta la palla in rete, ma cerco di mettermi sempre al servizio della squadra. È il messaggio, l’insegnamento che come il testimone della staffetta mi piacerebbe passare a mio figlio.

Cerruti: «Impariamo dai britannici»

«Ha visto cos’ha deciso il governo britannico? Un pacchetto di salvataggio da più di un miliardo e mezzo di sterline a sostegno della musica, dell’arte e dello spettacolo in generale. In Italia invece stanno pensando a un aiuto tra i dieci e i venti milioni di euro. Bruscolini ». Snocciola cifre e strabuzza gli occhi Sergio Cerruti, presidente dell’Afi (l’Associazione dei fonografici italiani che dal 1948 rappresenta i produttori discografici indipendenti e che ha come vicepresidente, insieme a Gianni Di Sario, suor Livia Sabatti) e vicepresidente di Confindustria Cultura, mentre scruta l’orizzonte d’Oltremanica per vedere di nascosto l’effetto che fa ricevere una simile pioggia di aiuti e investimenti pubblici a puntellare e rilanciare il sistema culturale nazionale.

Un bell’abisso tra Italia e Regno Unito…

Il lockdown ha evidenziato un nostro problema strutturale. Così come per accorgersi del degrado delle infrastrutture è dovuto crollare un ponte, per toccare con mano la crisi nera dell’industria della cultura ci è voluto il coronavirus. Un patrimonio che il mondo ci invidia. Cantando e suonando sui balconi i nostri gioielli musicali gli italiani hanno dato una prova eloquente del radicamento nella gente di questi nostri beni artistici. Ma il governo pare che non se ne sia ancora accorto.

Bisogna alzare di più la voce?

Certo, io infatti faccio anche autocritica. Se un grido di aiuto non viene percepito la colpa forse è anche di chi non ha evidentemente comunicato il proprio bisogno in modo efficace. È un problema che si trascina da tempo: troppe divisioni, troppe associazioni all’interno dell’industria della cultura e dello spettacolo. L’Afi però ha 73 anni di storia. Aveva diversi rappresentanti al suo interno, ma poi per l’incapacità di andare d’accordo ci si è frammentati. Posso capire che le multinazionali del settore abbiano un certo tipo di politica, ma dovremmo essere tutti più uniti. Litigare e screditarsi l’uno con l’altro tra differenti rappresentanze è un “made in Italy” negativo che non porta da nessuna parte. Non siamo stati abbastanza bravi.

Gli inglesi lo sono stati di più.

Quello britannico è il terzo mercato di- scografico del mondo, un settore che produce un valore economico importante. Ma noi italiani di valore ne abbiamo sempre prodotto qualitativamente di più. Forse non siamo capaci a valorizzarlo. Siamo anche noi una superpotenza, ma la nostra politica culturale in questo senso pare irrealistica. Siamo un’industria ed esigiamo una presa di coscienza politica e sociale da parte del governo.

Ma che passi dovrebbero essere compiuti in questo momento?

Intanto il governo dovrebbe chiederci di cosa abbiamo bisogno. Le tre filiere musica, cinema ed editoria pesano sul Pil più delle telecomunicazioni, siamo un’industria decisiva. Se con l’emergenza coronavirus sono stati dati soldi per il turismo, perché la musica non deve essere considerata un turismo dell’intrattenimento? Le famiglie, in vacanza ma anche a casa propria, alla sera si muovono. L’industria culturale è partner di tanti settori, ma editori e produttori musicali nel decreto liquidità sono stati lasciati fuori.

Anche ai recenti Stati Generali l’industria dello spettacolo e della cultura non era presente…

Sì, c’erano tutti tranne noi. Questo spiega il problema di fondo: la mancanza di una reale percezione dell’importanza strategica del settore in Italia e dell’interdipendenza. Se crolla il turismo, crollano anche lo spettacolo e la cultura. E viceversa. Non esistono filiere separate.

È un’estate per la prima volta quasi del tutto orfana di eventi live…

La musica dal vivo è praticamente ferma. I produttori discografici, me compreso, stanno invece ancora aspettando l’onda dello tsunami. Se è vero che sul digitale in questo periodo abbiamo persino venduto di più, il mercato fisico ha registrato un drammatico -40%. E la catena del mercato fisico, rispetto all’online, impatta su un grande numero di altri operatori. Dai negozi ai corrieri ai vari dipendenti: un indotto che significa decine di migliaia di lavoratori e di famiglie.

E la nuova direttiva europea sul diritto d’autore?

Un altro grave ritardo. Per questo è urgente recepirla. Poi l’altra mossa da fare è una ristrutturazione della governance dell’industria della cultura. Cinema, musica ed editoria si muovano attraverso altrettanti dipartimenti, con tre fiscalità e relativi costanti strumenti di supporto. Rafforzando anche il bonus cultura, perché abbiamo visto che funziona. Così come devo riconoscere il merito del ministro Franceschini per l’aumento delle tariffe di copia privata, un riconoscimento alla maggior tutela del diritto d’autore. Ma c’è una cosa, che non riguarda il governo, che mi piacerebbe non venisse fatta.

Quale sarebbe?

Si abbia il pudore di non osare spendere 25 milioni di euro per il prossimo Festival di Sanremo. Non c’è bisogno di spendere somme simili per uno spettacolo che non promuove nemmeno la musica come dovrebbe. Io invece mi immagino un palco dell’Ariston tutto bianco, in cui il colore è soltanto la musica per ricordare la gente che non c’è più.

da avvenire.it

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