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Centrafrica: Unicef, accordo di pace porti speranza per i bambini

Dopo l’intesa di riconciliazione, siglata all’inizio di febbraio, l’Unicef richiama l’attenzione sui bambini centrafricani: 1 su 4 è sfollato o rifugiato, milioni non frequentano la scuola e tanti rimangono tra le fila dei gruppi armati.

Un passo positivo verso una pace duratura e la speranza di un futuro migliore per i bambini della Repubblica Centrafricana. Così Henrietta Fore, direttore generale di Unicef, commenta l’accordo di riconciliazione per il Centrafrica, firmato lo scorso 5 febbraio a Khartoum, in Sudan, tra il governo di Bangui e 14 gruppi armati per un progressivo disarmo dei ribelli e la cessazione delle ostilità.

Il conflitto nel Paese, scoppiato nel 2013 con sanguinosi scontri tra milizie Séléka e gruppi anti Balaka, seguiti da violenze di combattenti e movimenti armati che al momento controllano tra il 70 e l’80% del territorio, ha già causato migliaia di vittime, con oltre un milione di sfollati interni e almeno 570 mila rifugiati, secondo i dati della Missione Onu nel Paese (Minusca). A peggiorare la situazione, hanno denunciato i vescovi locali alla vigilia dell’accordo, la presenza sul territorio di mercenari provenienti “da Ciad, Sudan, Camerun, Niger e Uganda”. Proprio per portare una speranza di pace alla popolazione, nel novembre 2015 Papa Francesco volle inaugurare il Giubileo della Misericordia aprendo la Porta Santa della cattedrale di Bangui.

Uno scenario umanitario ancora “drammatico” quello di oggi in Centrafrica, spiega Paolo Rozera, direttore generale di Unicef Italia: «Stiamo parlando del Paese con il secondo più alto tasso di mortalità neonatale e materna, con meno di tre bambini su tre che riescono a terminare la scuola e quasi metà della popolazione che non ha accesso ad acqua sicura, pulita, potabile. Inoltre un bambino su quattro è sfollato o rifugiato”. Eppure, assicura, “siamo estremamente contenti di questo accordo, perché è l’unica possibilità per provare a ricostruire il Paese».

Le prime emergenze da affrontare rimangono quella di «assistere i più piccoli, in particolare quelli sfollati», e di «assicurarsi che tutti i bambini lascino i gruppi armati», facendo sì «che il sistema giudiziario della Repubblica Centrafricana permetta o di ricongiungerli alle famiglie o di garantire che i loro diritti vengano rispettati»: il governo – aggiunge Unicef Italia – «dovrebbe accelerare il processo per l’adozione del Codice di protezione dell’infanzia e allineare il sistema di giustizia minorile del Paese agli standard internazionali».

In particolare per il ricupero dei bambini soldato, che già prima del conflitto erano stimati dall’Onu in circa 2.500, associati a diverse formazioni armate, Rozera parla di «un processo doloroso», per «riportarli ad una vita civile»: paradossalmente – sottolinea – «in guerra i bambini riescono ad essere anche più scaltri, perché non hanno il senso del limite e della misura». Ma «bisogna iniziare da qualche parte, questo lavoro va fatto insieme alle istituzioni: ciò che abbiamo visto è che i traumi che questi ragazzi subiscono sono inimmaginabili». Eppure per loro c’è «una grossa speranza: è possibile che questo Paese possa rinascere anche dai ragazzi che sono stati coinvolti nei conflitti armati, perché si può tornare indietro, si possono riportare all’idea di una vita normale, affinché possano condurre una esistenza da bambini, da ragazzi».

Dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, è arrivato un incoraggiamento a tutte le parti a tener fede agli impegni assunti «in questa fase critica». «Gli accordi – ricorda Rozera – sono stati fatti sulla base di compromessi, perché solo su questi ultimi si possono basare certe intese. Il rischio è che qualcuna delle parti possa recedere, per questo – conclude – spingiamo molto affinché subito si inizi a costruire e a pensare al futuro».

Da Vatican News

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